Il ritiro con mons. Castellucci
Domenica 23 marzo, oltre 150 persone si sono ritrovate nella casa saveriana di San Pietro in Vincoli per il ritiro di quaresima organizzato dalla Consulta delle Aggregazioni laicali della Chiesa di Ravenna-Cervia. A guidare la riflessione è stato invitato mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena, che ha anche presieduto l’Eucaristia.
Mons. Erio, originario della Diocesi di Forlì, ha raccontato di essere molto legato alla casa dei Saveriani perché “la mia parrocchia era a 9 chilometri da qui, dove venivo con il mio parroco in bicicletta”. La sua riflessione si è concentrata poi sulla crisi della Chiesa e, soprattutto, sulle ragioni per sperare nonostante tutto. Questa infatti è la prospettiva con cui papa Francesco ci invita a leggere la storia e la nostra vita ecclesiale in questo Anno Santo. Ecco qualche pensiero dalla sua riflessione.
La Chiesa è in crisi da sempre, perché ci portiamo dietro la nostra umanità. Ma il nostro è un percorso accompagnato da un Signore che ci ama. Ed è questo che fa la differenza. Papa Francesco ci ha insegnato come dalle crisi o si esce feriti o migliori… E il Vangelo ci sfida a uscirne migliori.
Anche la Chiesa è in crisi! Lo si vede dal calo delle vocazioni, della partecipazione alla Messa, del volontariato nelle nostre realtà ecclesiali e nel numero di chi si dice cristiano. Ci sono però ‘fatti di Chiesa’ non rilevati dalle statistiche, come chi fa visita agli ammalati. La vita interna della Chiesa è fatta di relazioni, di fraternità e occasionalità. È lo stile di Gesù che ha incontrato le persone con il metodo della strada e della riva del lago e ha cambiato la vita a tanti. Questa è la vita ecclesiale più profonda e forse è quella da cui occorre ripartire anche oggi, come è emerso anche dalla riflessione del lavoro sinodale.
La crisi della Chiesa ha origini lontane e inizia da Giuda. I Vangeli raccontano che sotto la croce di Gesù i discepoli spariscono quasi tutti… come un gruppo di post-Cresima. Ma, nonostante questo, il Signore non ne sceglie altri, li ritrova e manda ancora loro ai confini della terra. Sono discepoli imperfetti! San Paolo ci ricorda che non credono alla croce, rivaleggiano tra loro su chi sia il più grande, devono essere richiamati sulla carità, faticano a credere alla Risurrezione, vivono storture e problemi morali. Ma riescono ad evangelizzare tutto il mondo, perché non sono soli, perché ricevono la forza dallo Spirito Santo.
Due sono i grandi nemici della speranza: il lamento e l’arroganza di una frangia ecclesiale che ha l’abitudine di ‘sbattere in faccia’ la verità cristiana invece di offrirla come messaggio di amore di Dio all’umanità.
Quale strada siamo chiamati a percorrere? L’indicazione chiara ci viene dall’apostolo Pietro quando nella sua prima Lettera dice: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Con dolcezza e rispetto” (3, 15).
Quale è la ragione del nostro sperare? Non dobbiamo aggirare i problemi, ma accoglierli, assumerli e leggerli alla luce del Vangelo. Quella di Dio è la promessa di una compagnia non di un’esenzione dal dolore.
Se sappiamo che alla fine del cammino c’è la vita eterna, proporzionata all’amore che abbiamo espresso, ecco che le fatiche assumono un significato totalmente diverso. La vita eterna è già iniziata, è questa vita. La speranza allora è sapere che la meta è bella, che c’è una strada da percorrere per raggiungerla e che nel nostro cammino siamo accompagnati e sostenuti da un Dio che ci ama.








