Il grande cresce nel piccolo
LA PAROLA
Diceva dunque Gesù: “A cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”.
E disse ancora: “A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito che una donna prese e mescolò in tre staia di farina, finché fosse tutta lievitata” (Lc 13,18-20).
Chissà perché abbiamo del regno di Dio per lo più una visione geografica, come se si trattasse di un luogo fisico, delimitabile dentro a strutture chiaramente prestabilite. Forse perché in questo modo ci sarebbe più facile controllarne i confini e le condizioni, determinare chi ne fa parte e chi no. L’approccio di Gesù sembra però andare in altra direzione.
Ha appena guarito una donna che uno spirito cattivo - una grave malattia, diremmo oggi - le impediva da diciotto anni di stare ritta. Lo ha fatto di sabato durante l’insegnamento sinagogale, coniugando in modo mirabile l’annuncio della Parola con la liberazione dal male che opprime specialmente le persone più sofferenti. Tuttavia, cos’è mai la guarigione di una donna in confronto alla quantità di malati che vivevano in Galilea? È vero che a Betsaida aveva sfamato una moltitudine di persone, eppure moltissime altre quella sera erano andate a dormire con lo stomaco vuoto. Neppure Gesù ha potuto, o ha voluto, curare tutti gli infermi e sfamare tutti gli affamati quanto meno della terra d’Israele di allora. Non era un mago, né un filantropo. Il regno non si misura dalle quantità né dai numeri. Il regno è un modo nuovo di vivere il rapporto con Dio e con il prossimo. Gesù ne ha dato l’esempio quel giorno nella sinagoga. Ha fatto suo il profondo tormento di una donna ricurva, schiacciata dalla malattia e dall’emarginazione a cui era condannata.
Non si può parlare di Dio e poi essere ciechi di fronte al dolore degli altri, fosse anche di un solo essere umano. Il grande infatti vive nel piccolo e grazie ad esso. Il regno comincia da un incontro trasformato, comincia da un piccolissimo granello di senape. Gesù ha dato il LA, ha indicato il ‘come’. Non ha preteso di risolvere tutti i problemi dell’umanità. Tocca ai discepoli, tocca a noi, portare a termine ciò che manca. Solo così il minuscolo seme potrà diventare un albero frondoso. Anche noi dobbiamo vivere di questa umiltà: non ci è chiesto di completare l’opera, ma non possiamo esimercene.
Il secondo paragone di Gesù sembra contraddire il precedente. Gli alberi alti e maestosi non passano inosservati. Il lievito, per contro, compie la sua funzione se diventa invisibile, se si dissolve uniformemente nell’impasto della farina. Nessuno lo mangierebbe così com’è. Per descrivere questo mistero di trasformazione, Luca sceglie il lavoro di una donna. È lei che sa trarre dalla farina e dal lievito il miracolo del pane. Per insegnare il regno, Gesù ha guardato ciò che fa una donna.
Il regno di Dio avviene nel mondo, dentro alla realtà così com’è, con tutte le sue bellezze e storture. Fa sì che essa diventi ciò che deve diventare: pane leggero e fragrante. Scompaiono qui le rivendicazioni identitarie, le separazioni settarie e il rifiuto delle differenze. Il credente è veramente sé stesso quando si scioglie nell’incontro con gli altri, quando sa assumere la loro storia, le loro lotte, le loro diversità.
Del resto, non è stata questa la via di Gesù? Entrambi i paragoni circa il Regno dicono bene il mistero dell’incarnazione della Parola. “Cristo Gesù, essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”, scrive Paolo ai Filippesi (2,6-9).
Non ha senso per il credente arroccarsi in un castello e usare le sue forze unicamente per difendere sé stesso e le proprie prerogative. Farebbe mancare il lievito al pane dell’umanità.







