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Missionari e laici saveriani, a Salerno, da sempre impegnati nella promozione di una cultura della condivisione, dell'integrazione e del rispetto, hanno approfondito, tramite un tour espositivo dinamico e coinvolgente, il tema del “confine, spazio che unisce”. In passato, era un mezzo per istituire una distinzione tra popoli, città o regni, definendo precisi gruppi di appartenenza.

Lasciamoci coinvolgere…

All’ingresso della mostra c’è il primo check point. Alcuni resteranno fuori per un po’ di tempo, non avranno la possibilità di entrare come tutti gli altri. Cosa si prova in queste circostanze, a restare esclusi, a non avere la possibilità di varcare un limite, una frontiera di accedere a un altro spazio?

Cosa si prova a restare isolati, imprigionati, nella miseria, nella solitudine interiore, nella disperazione, nella depressione? Cosa si prova a non poter scegliere, a essere costretto?

I confini (e muri) geografici

Ci sono i confini geografici, che continuano a esistere, anche nei luoghi che frequentiamo abitualmente. Pensiamo ai muri che sono costruiti tra stati o territori e che quasi sempre legittimano scelte e strategie politiche: il muro tra Israele e Territori palestinesi, oppure quello tra Messico e Stati Uniti.

Si tratta di barriere che dividono, mantengono il controllo di territori, impediscono o limitano spostamenti.

Questi muri spesso vanno a ledere i diritti e le libertà individuali e per questo motivo vengono chiamati “muri della vergogna”.

Ho visto e attraversato…

Ho visto e attraversato confini, reali e apparenti, barriere valicabili, visibili ed invisibili. Ho visto il confine tra Ruanda e Tanzania, separate da un fiume rosso di terra sacra, file di camion, timbri inutili, uomini sudati e stanchi per le ore di attesa. Quelli bianchi, come sempre, privilegiati, tutti accomunati dal desiderio di passare. Ho visto il confine tra l’Argentina e il Paraguay, divisi da un bellissimo ponte.

Ho visto il confine tra miseria e ricchezza a Lucknow, in India, dove i poveri dormono a centinaia sui marciapiedi, contendendo lo spazio a vacche sacre e cani randagi. A pochi metri da loro, sorgono alberghi multistelle, vigilati da guardie armate per non disturbare il sonno e la coscienza dei ricchi.

Ho visto da lontano l’antica Gerico, sul confine Palestinese, che la separa dal territorio israeliano, non visitabile per la stupidità degli uomini che non permettono di entrarvi se si viaggia su un’auto con targa del popolo di Davide.

In Bangladesh ho visto i bambini annullare i confini tra l’uomo e l’animale, felici mentre nuotano nello stesso stagno torbido, insieme a vacche magre, incuranti dei limiti posti da norme che chiamiamo igieniche. In Romania ho visto, ancora più forte, l’eterno confine tra i Rom e gli “altri”, quartieri dedicati esclusivamente a loro, ghetti recenti di tragica memoria. E sulla spiaggia del Portogallo, ho osservato l’oceano immenso e la sua potenza. Mare che unisce, mare che divide, mare che spezza le vite dei migranti (Nino).

Papa Francesco a Lesbo

“Voi, abitanti di Lesbo, dimostrate che in queste terre, culla di civiltà, pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Infatti, le barriere creano divisioni, anziché aiutare il vero progresso dei popoli, e le divisioni prima o poi provocano scontri”.

Tutto ciò mentre in Europa, al Brennero, si registrava la decisione unilaterale del governo austriaco (speriamo scongiurata!) di reintrodurre i controlli di frontiera, solo per impedire il transito ai migranti. Una decisione grave, un errore politico e un atto egoistico sotto il profilo umano e sociale.

La costruzione materiale delle barriere è una violazione palese del trattato di Schengen.

L’arroccarsi di tanti paesi all’interno dei propri confini rivela l’incapacità e la mancanza di volontà nel trovare soluzioni comuni e giuste al dramma dei migranti e delle guerre dalle quali essi fuggono (Antonio).



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