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I bambini nel mondo: dalle miniere alle concerie

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Tema del "Paginone" di questo numero: "I Bambini nel Mondo" - 250 milioni di baby-operai

Oltre 250 milioni di bambini condannati a lavorare come schiavi, ma questa cifra potrebbe risultare errata per difetto. Questa denuncia, che non risparmia l’Italia e il mondo industrializzato, ha fatto riesplodere un antico problema che sinora ha sempre faticato a trovare una soluzione.

"Non credo che la situazione italiana sia paragonabile a quella dei Paesi del Terzo Mondo, ma questo non ci esime dal dovere morale di affrontare l’una e l’altra, cancellando una vergogna che pesa sull’umanità" dice Antonio Lettieri membro del consiglio dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro che ha sede a Ginevra.

E snocciola cifre e situazioni passate sotto silenzio per anni.

Eccole in sintesi. I bambini-lavoratori sono più di 250 milioni di cui un 60% nei Paesi asiatici, 30 in Africa e 10 nel resto del mondo compreso il Nord industrializzato. Ben 80 milioni lavorano in miniere, nell’agricoltura senza controllo nell’uso dei pesticidi, nelle concerie a contatto con sostanze chimiche dannosissime, nelle forme più faticose di pesca, in mille altre attività prive di ogni elementare forma di tutela della salute.

In alcuni Paesi dell’Asia, dal Pakistan all’India al Bangladesh, molti bambini vengono ceduti a saldo di debiti che le famiglie non possono pagare e di questi piccoli si perdono le tracce. Tutti lavorano dall’alba al tramonto come nell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale. In non pochi casi, per impedirne la fuga, i bambini vengono legati al posto di lavoro con una catena.

E la paga? Appena due terzi del miserabile salario legale che nella stragrande maggioranza di questi Paesi non supera i due dollari al giorno. Di recente il New York Times ha denunciato il caso della potente Nike che pagava le donne vietnamite due dollari al giorno poco più di quanto serve per una ciotola di riso. L’ILO torna all’attacco nel tentativo di imporre i labour standard: eliminazione del lavoro minorile, specialmente nelle forme più intollerabili; libertà di associazione anche nelle zone franche dove l’assenza di sindacato permette abusi d’ogni sorta non solo sui minori; diritto di negoziare condizioni minime di lavoro; eliminazione dei lavori forzati per i carcerati; fine delle discriminazioni tra uomo e donna.

Ma la strada verso il superamento della piaga del lavoro minorile è ancora in salita.

C’è, per esempio, chi dice che è preferibile un qualsiasi lavoro piuttosto che la delinquenza o la morte per mano della polizia per i meninos de rua di San Paolo e di Rio de Janeiro o per i bambini di Calcutta e Bombay. A Singapore il problema venne accantonato dicendo che non faceva parte delle questioni del commercio. E su questa posizione si schierarono quasi tutti i Paesi del Sud Est asiatico, l’India e la Cina, ma anche Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Australia, Giappone.

Ed ecco le proposte per l’immediato futuro:

1) una dichiarazione solenne che impone a tutti i Paesi dell’ILO il rispetto dei labour standard che adesso vincolano soltanto i Paesi che hanno ratificato gli accordi (il lavoro minorile è stato ratificato da appena 49 su circa 140 Paesi;

2) su proposta di Hanesenne, che si appresta a lasciare la direzione ILO al cileno Somavia, verrà istituito il Social Label, ovvero un marchio sociale da attribuire soltanto ai Paesi che si impegneranno a rispettare le regole internazionali anche in fatto di lavoro minorile.



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