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Hanno dato la vita per il Vangelo: Fr. Perin, "Sempre avanti, tusi!"

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"Tusi, sempre avanti e mai indrio” - ragazzi, sempre avanti e mai indietro! Così fratel Antonio Perin spronava i giovani saveriani. Fratel Perin era un saveriano coadiutore. Non ce l’avrebbe fatta a studiare e sostenere tutti gli esami per diventare prete. Non ne era dispiaciuto: “Il Signore si serve come si può e con le capacità che si ha. Questa è la perfezione; per il Signore anche il lavoro manuale è grande”.

Ripercorrere la storia della vocazione di fratel Antonio, è come leggere un romanzo. Ecco il suo racconto.

Scappa da casa per diventare saveriano

“Avevo ventidue anni e da undici volevo farmi prete, ma intanto facevo il bracciante agricolo. Lavoravo in canonica mattina e sera perché dovevamo pagare l’affitto al parroco. Il sacrificio tempra l’anima e fa comprendere tante cose.

Avevo deciso di farmi frate e missionario. Un giorno mi compro un paio di sandali, preparo di nascosto un fagotto di roba, mi metto addosso due paia di calzoni per non fare il pacco più grosso. La mattina del 7 agosto 1949 vado a Messa: il desiderio di consacrarmi era tanto. Dopo la funzione, due seminaristi mi portano in bicicletta fino a Vicenza. Per strada incontro mio fratello che mi chiede dove andavo a quell’ora. Rispondo che stavo andando alla sagra a Rampazzo. A mezzogiorno raggiungo l’Istituto missionario del famoso p. Uccelli. A casa nel frattempo mi cercavano. Mia madre, scoperto dov’ero, si precipita a Vicenza alle due del pomeriggio in bicicletta. Ci spieghiamo e lei accetta di darmi al Signore”.

In veneto, l’Ave Maria è più bella

Nel 1969, fratel Antonio era in Scozia per imparare l'inglese. Mons. Azzolini, vescovo di Makeni in Sierra Leone, lo mise alle strette: “Mi seguirai in Africa. Per la lingua ti arrangerai”. Accettando la sfida, rispose: Nel 1971 accettò la sfida di andare missionario in Sierra Leone: “I moretti se vogliono farsi capire, parleranno in veneto. I xé lori che i gà bisogno, no mi" - sono loro che hanno bisogno, non io.

A Makeni, fratel Antonio rimase impressionato da “quei tusi a ramengo per le strade". Si diede da fare per aiutarli e avviarli alla scuola, assicurando loro un domani. Nella sua opera trovò il sostegno di tanti amici italiani. Come sia riuscito a farsi capire parlando il vicentino, rimane un mistero. Ma i suoi ragazzi capivano: in fondo, erano loro ad aver bisogno…

Ogni sera invitava i ragazzi a recitare l’Ave Maria in inglese, poi aggiungeva: “E adesso, tusi, ste atenti ca ve la digo in italian. Volìo metare, tusi, quanto pì bela che xe l’Ave Maria in italian che non in inglese?" - e adesso ragazzi state attenti che ve la dico in italiano. Volete mettere quanto è più bella l’Ave Maria in italiano che non in inglese?

La terra fino alla fine

Nel ’94 in Sierra Leone scoppiò la guerra e fratel Antonio, dopo 23 anni di missione, rientrò in Italia. Coltivò ortaggi e allevò polli e conigli nelle comunità di Ancona e Vicenza. Ma anche a distanza, non smise mai di restare in contatto con i suoi ragazzi: “Guai a tocarghe i tusi” - guai a toccargli i ragazzi.

La morte lo colse nell’orto, il suo regno, dove tra Italia e Sierra Leone aveva speso gran parte della sua vita.



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