Gesù per l’uomo e non viceversa
Il contributo pubblicato nel numero di febbraio 2020, in cui scrivevo dell’educazione cristiana ricevuta fin dalla fanciullezza, ovvero della onnipresenza dell'occhio di Dio, ha scoperchiato ricordi dormienti della mia infanzia. Memorie sorridenti.
Ricordo bene il libriccino dalla copertina bianca marmorizzata che ci veniva dato in regalo per la prima Comunione. Conteneva le principali preghiere ed il rito dell’Eucarestia. Al momento in cui si arrivava al triplice "Agnello di Dio che togli…", mi bloccavo. Caspita, come si faceva ad essere tanto irriverenti nei confronti di Dio da dargli dell'agnello! Nella mia testolina mi dissi che, certo, si trattava di errore di stampa ed allora correggevo la formula col più accettabile "Angelo di Dio". Con il tempo e con la paglia, ho capito perché l'Agnello ci stesse, eccome.
Laddove le religioni antiche e strutturate, così come molte cosiddette sette religiose, inscenavano lo spargimento di sangue di bestiame grosso e minuto (persino sacrifici umani) e quant'altro per rendere onore a Dio, il farsi "agnello" di Gesù e versare il suo sangue sulla croce ha spazzato via per sempre tutte queste pratiche. Gesù che si sacrifica, Lui, per l'uomo e non viceversa, è un capovolgimento di enorme portata. Lo ammetteva anche Nietzsche che con il cristianesimo si apriva un modo di rapportarsi con Dio in cui l'uomo acquistava un valore così grande che non lo si poteva più sacrificare, né si dovevano sacrificare vite e cose presenti sulla terra. Men che meno lo si può fare, anche oggi, per le (non)divinità che gli uomini continuamente si creano.
Questa considerazione non è, forse, di grande peso anche nel moderno dibattito sull'ecologia integrale? Dio non permette che l'uomo pensi di poter disporre, scriteriatamente, delle altre creature a suo tornaconto e piacimento.







