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È cominciata una nuova vita, A Città del Messico

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Sono passati quattro mesi dal mio arrivo in Messico. Ricordo tutti con affetto e gratitudine; ogni vostra notizia mi dà gioia. Lentamente cerco di ambientarmi in questa nuova terra. Con l'aiuto di Dio, cerco di farmi forza. I primi mesi sono i più duri, ma anche i più affascinanti. Voglio gustarli fino in fondo, con tutto quello che porteranno. Anche questa è una partenza. La vivo come missionario: il passaggio da una vita che ho lasciato a una nuova che comincio ha qualcosa di "pasquale"; fa parte del mistero di salvezza per il mondo.

Una comunità internazionale

Faccio parte della comunità internazionale di teologia qui a Città del Messico. Siamo 17 saveriani studenti: 7 indonesiani, 3 messicani, 2 brasiliani, 2 congolesi, 2 camerunesi e io italiano. La nostra casa si trova a metà tra il centro della città e la periferia. La gente povera del nostro quartiere viene a trovarci durante la settimana e questo è molto bello.

Città del Messico è la città più estesa del mondo: ha 24 milioni di abitanti, su 108 milioni di tutto il paese. Si calcola che ogni giorno arrivino nella capitale mille persone in più. In Messico i benestanti sono pochi; il 40% della popolazione ha difficoltà a vivere dignitosamente; per la restante percentuale la vita quotidiana è una dura battaglia.

Passeggiando per un quartiere ricco della città ho chiesto alla commessa di un negozio: "Come si vive a Città del Messico?". Lei ha risposto: "È una città caotica, ma magica; una città che non dorme mai". Ho fatto la stessa domanda a un povero che vive in strada, a pochi passi da dove io vivo. Mi ha risposto: "In questa città non si vive, si sopravvive!". Ho ripetuto la domanda a un prete che vive in Messico da trent'anni. Mi ha risposto: "In questa città puoi vedere e comprare lo cose che trovi a Milano; ma vedi anche quello che puoi vedere a Calcutta". Insomma, è una città dai grandi contrasti.

I veri santuari di Dio

Io cerco di inserirmi nel lavoro pastorale in periferia, dove ci sono le "città perdute" - così le chiamano i messicani - dove i taxi e la polizia non entrano. La povertà e la miseria sono pesanti. Per incontrare Dio, più che tante parole, basta un'esperienza: entrare nei santuari dove vivono i poveri. Sono i santuari della presenza di Dio.

Basta varcare l'ingresso delle "città perdute" e vedere come vivono le famiglie: lì s'incontra il mistero di Dio che si identifica nel più solo, più abbandonato, più ammalato, più nudo, più affamato. È il nostro Dio che, alla fine della vita, ci farà una sola domanda: "mi hai aiutato quando ero nel bisogno?".



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