Diario di viaggio in Congo
Sabato 17 ottobre 2015, mi trovo alla periferia di Bukavu, città di circa un milione e mezzo di abitanti. Dormo nella missione dei saveriani tra i quali c’è p. Italo Noris, l’amico di Bergamo, e p. Donance, congolese. La mattina si inizia presto, sveglia alle 5, lodi alle 5.30, poi Messa alle 6 in parrocchia, a cento metri da casa, in lingua suahili, con la popolazione.
Il venerdì, alla fine della Messa, i saveriani hanno benedetto i malati e poi le donne incinte; ci saranno state 300 persone tra adulti e bambini. Il parroco, p. Nicola Colasuonno, mi ha presentata pubblicamente al termine della liturgia, davanti a tutti. Sono stata accolta con applausi, gioia e anche con curiosità, visto che sono un chirurgo e, è stato detto, che apro le pance della gente per vedere cosa trovo dentro!
La luce di Dio nei loro occhi
La gente qui è accogliente, ti guarda con curiosità, rispetto e forse timore, ma nei loro occhi si scorge la luce di Dio.
La povertà è estrema: case fatte di fango, i più intraprendenti uniscono i mattoni di fango crudi e quelli cotti; anche le strade sono in gran parte di terra rossa e pietre.
Quando piove, come in questa stagione, è un disastro. Non hanno servizi, né luce, né cucine in casa, usano una specie di latrina all’aperto e la vita inizia al sorgere del giorno per terminare al tramonto. Qui siamo sull’equatore, per cui le giornate di luce e di buio durano esattamente 12 ore...
Con p. Italo sono andata a visitare un dispensario vicino alla missione (una specie di ambulatorio-farmacia) con annesso ambulatorio per le medicazioni e la maternità: visita alle gestanti, istruzione e preparazione al parto, evangelizzazione per quelle donne non ancora battezzate. Tutto viene gestito dalle suore figlie di Maria della Misericordia e da alcuni infermieri locali. Non ci sono medici perché costano troppo. Da 4 anni i pannelli solari del dispensario sono rotti per cui lavorano senza corrente con le lampade a petrolio.
Il canto e il ballo nel sangue…
La domenica è giornata di festa per lodare il Signore. Le quattro Messe festive sono tutte animate dalle corali che cantano, suonano e ballano. Poi, ci sono gruppi di bambini con uniformi variopinte che ballano davanti all’altare. Per ogni celebrazione c’è una corale diversa. Qui il canto e il ballo l’hanno nel sangue.
Le canzoni non finiscono mai e spesso il sacerdote deve interromperli. Ma, tutto rende la celebrazione viva e gioiosa. Mi si apre il cuore, anche se non capisco nulla di suahili...
Dal 23 ottobre in poi ho fatto visita alle scuole cattoliche, tutte finanziate e costruite dai missionari.
Quella voglia di toccare lo straniero…
Gli alunni indossano l’uniforme, sono molto ordinati, ma quando vedono un mugheni (straniero) si emozionano e vengono tutti a toccarlo. Così, all’ora di ricreazione, mi sono trovata nel cortile sommersa da 400 ragazzini che, in una ressa tremenda, mi hanno accerchiata e quasi soffocata. Sono intervenuti i maestri a liberarmi. Troppo belli i bambini!
Con p. Italo abbiamo fatto visita anche all’ospedale generale ceduto dallo stato alla diocesi. L’ambito medico prevalente è la maternità e la pediatria. Anche la sanità è a pagamento; abbiamo conosciuto delle mamme che, dopo aver partorito, non potevano tornare a casa perché non possedevano il denaro per pagare il conto e quindi venivano trattenute in ospedale finché non l’avessero saldato. A due di loro lo abbiamo pagato noi.
In Burundi, tra asili e scuole…

Il 27 ottobre mi sono spostata in Burundi, a Bujumbura, passando per altre tre comunità dei saveriani. Ho fatto un altro giro per asili e scuole, questa volta all’interno della città collinare, cioè tra le baracche e il fango. È stata una passeggiata molto difficile per la mancanza assoluta di strade. In questa stagione delle piogge è così. Nella stagione secca invece c’è molta polvere, tale da impedire la visione del panorama.
Il 28 ottobre p. Italo ha celebrato l’ultima Messa in suolo africano tutta per me, prima della mia partenza, contento di avermi “infettato” con il mal d’Africa.
Poi lui si è rimesso in viaggio per Bukavu. Ci vogliono circa 160 chilometri per arrivarci, di cui 80 di fango e pietre. Ci si impiegano circa 5-6 ore, a seconda della pioggia.
In Burundi sono stata ospite di p. Giovanni Carrara, p. Mario Pulcini e di alcuni missionari messicani. Prima di far buio, mi hanno portato all’aeroporto, per poter rientrare prima del “coprifuoco”.
Eccomi al termine del mio viaggio africano. Sono tornata alla “civiltà”, dove si ha tutto ciò che si desidera, ma manca spesso la semplicità e la gioia spensierata di chi non ha nulla e tutto aspetta da Dio con serena rassegnazione.
Dott. ssa. Giada Romeo.







