Con il popolo Karen, in Thailandia
Vi scrivo da un villaggio di etnia Karen - Mong Kwa - all’interno della foresta Naresuan, al confine tra Thailandia e Ko Soo Lei (stato Karen, parte di Myanmar, ma in conflitto da 70 anni con il governo birmano, ora in situazione di apparente tregua).
È uno dei dodici villaggi in cui, settimanalmente, p. Ray Tardelly (saveriano indonesiano) ed io andiamo a svolgere attività e a insegnare. La scuola, fin dall’inizio, è stata per noi saveriani in Thailandia il luogo dell’incontro con i ragazzi, in cui contribuire alla loro crescita, ma anche in cui farsi conoscere per poi diventare compagni di strada. I villaggi tribali sono ben organizzati. La gente ha una grande dignità e fierezza, che ha portato, almeno in questa area, alla nascita di gruppi di persone costituiti in movimento di difesa della foresta e in opposizione alle grandi piantagioni di mais.
Questi gruppi di difesa dell’ambiente e della cultura sono per me un motivo di riflessione. Ci vedo un seme di Vangelo, proprio perché le persone hanno deciso di remare controcorrente e mettersi dall’altra parte della barricata. Gente semplice ma che, con determinazione, ha saputo dire “no” allo sfruttamento della terra.
Da dove abitiamo, si trovano 2 ore e mezza tra strada e sentiero, all’interno della foresta. In queste aree, la gente è di religione buddhista, ma molti ancora seguono la religione tradizionale e alcuni piccoli gruppi sono cristiani di varie confessioni. La Chiesa cattolica non è mai arrivata in questa provincia, perché i gruppi che lottavano 40 anni fa per l’abolizione della monarchia e per una decisa riforma del sistema clientelare, che paralizza ancora oggi il Paese, erano stati respinti in questa zona di confine. Si era formata così una sorta di guerriglia nella foresta thailandese, in contatto con i movimenti indipendentisti in Myanmar.
Ora, da ciò che possiamo vedere in questi primi 9 mesi di attività, la gente ha una grande umanità e ama riflettere sulle cose… Un laico, appartenente a questo stesso gruppo tribale, condivide la vita e l’impegno pastorale nella nostra comunità e vive con noi. Ci dona il suo punto di vista e la sua esperienza per comprendere meglio il popolo Karen.
La missione ci chiede di muovere i primi passi con coraggio pur nell’incertezza. E infatti, da ormai alcuni mesi, abbiamo avviato un Centro per ragazzi, che seguo in prima persona. Era un’esigenza arrivata soprattutto da oltre confine e dalla gente del campo profughi (9000 persone scappate dal conflitto Karen-Myanmar).
Nel campo profughi, la situazione è precaria, gli aiuti esterni stanno diminuendo sempre più. Per questo, abbiamo deciso di accogliere in casa 15 ragazzi, per portarli a studiare nelle scuole thailandesi. La casa è in una situazione di parziale illegalità, ma tollerata dalle autorità, complice il fatto che siamo in una zona di confine. Tutti sanno che la tribù e le famiglie di qua e di là dal confine sono le stesse e c’erano prima di ogni divisione. E tutti sanno che i 9 campi profughi lungo il confine con “Ko Soo Lei” sono in difficoltà.
La casa dei ragazzi è un sogno che coltivavo da tempo. Mi sembra uno dei modi più efficaci per trasmettere il bene e crescere assieme. P. Ray si concentra di più su alcuni progetti sociali nei villaggi. C’è un pozzo da costruire nello Stato Karen, per un villaggio i cui abitanti vengono a comprare l’acqua potabile in Thailandia! Abbiamo dato vita a un nucleo di donne impegnate in un progetto tessile, una delle risorse e meraviglie della cultura Karen: la fabbricazione dei bellissimi abiti tradizionali e delle borse.
Carissimi, so della situazione difficile del Coronavirus in Italia. Fortunatamente da noi, i contagiati sono pochissimi. Speriamo che passi in fretta questo disagio che ci porta a stare distanti e attenti in tutti i movimenti! Uniti nella preghiera…







