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“Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà. Avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo condusse a una locanda e si prese cura di lui” (Lc 10, 33-35).

Otto ragazzi, provenienti da varie regioni d’Italia hanno raccontato l’esperienza avuta a Siracusa (16-27 agosto). In questa pagina, pubblichiamo la riflessione di Jessica.

Mentre le cronache registrano la morte in mare di migliaia di persone e da più parti si grida “all’invasione”, il 16 agosto sono partita dall’aeroporto di Roma Fiumicino per la Sicilia, con altri 7 ragazzi, 4 guide dei missionari saveriani e dell’associazione ALM (Associazione laicale missionaria).

Il primo contatto

A Siracusa, siamo accolti da suor Terezinha Santin e suor Ivanir Filipi, scalabriniane, e da alcuni volontari della missione e della Caritas di Siracusa, impegnati nell’accoglienza e nel sostegno ai migranti e agli emarginati. Entrando nella struttura, incontriamo due nordafricani che, intenti nella cura del giardino e delle aiuole, si guardano e sorridono, ci salutano velocemente e si allontanano. Sono due dei sei ragazzi che da pochi mesi la Caritas accoglie.

Ora sono diciottenni e sono in Italia già da qualche anno. Ancora minorenni, sono stati accolti in strutture specializzate. Poi sono stati abbandonati a loro stessi al raggiungimento della maggiore età e allontananti dal centro di accoglienza nel quale vivevano, vittime dell’indifferenza ed esposti alla violenza.

Una mostra dai toni forti

I primi giorni a Siracusa abbiamo partecipato a incontri di formazione sul tema della migrazione, visitando le realtà dove poi abbiamo prestato servizio nei giorni successivi. Abbiamo ascoltato le testimonianze di chi ha deciso di accogliere un minore straniero non accompagnato, vivendo insieme la quotidianità delle relazioni familiari.

Abbiamo parlato con suor Terezinha, impegnata in prima linea (con le sue consorelle), nell’assistenza negli ospedali ai migranti appena sbarcati e nelle piazze, in cui sono abbandonati, e nelle attività di ascolto.

Abbiamo visitato la mostra collettiva Uprooted nel centro storico di Ortigia, guidati da Ramzi Harrabi, artista tunisino in Italia da diversi anni, impegnato nella sensibilizzazione sul tema della migrazione.

Era una mostra dai toni forti: corpi umani di carta pesta intrecciati in espressioni di dolore e disperazione a rappresentazione delle sofferenze di chi decide di lasciare la propria terra e mettersi in cammino verso una vita migliore; barche solide che battono bandiera “libertà”, cariche di persone con lo sguardo fiero e fisso in avanti perché questi viaggi non debbano essere sempre viaggi di morte; un grande crocifisso appeso alla parete e, ai suoi piedi, una “lapide ai caduti”; un mausoleo delle vittime del mare costruito con il legno spezzato di una “carretta del mare”; giubbotti di salvataggio, scarpe, magliette, documenti, diplomi, latte in polvere per bambini, un corano, una bibbia, dei nomi.

Gli sguardi delle madri

Ci spostiamo poi in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, che ospita donne e nuclei familiari. Una ragazza molto giovane attira la mia attenzione: è incinta e sta uscendo dalla sua stanza, si accarezza il grembo fissando il vuoto.

Un’operatrice del centro ci racconta che, spesso, molte donne dell’Africa subsahariana arrivano sole e incinte e partoriscono figli, frutto delle violenze subite in Libia.

Accanto a lei ci sono altre madri che guardano con orgoglio e protezione i loro figli che corrono nel cortile, sguardi di donne che, nonostante la violenza, hanno deciso di portare a termine la gravidanza, trasformando quel brutale gesto in un frutto d’amore e speranza. Nel futuro certe violenze non dovranno più succedere.

Cos’è la vera accoglienza?

Il giorno successivo raggiungiamo la parrocchia di don Carlo D’Antoni a Bosco Minniti. Don Carlo è definito da tanti un “prete di frontiera”, attento alle necessità e ai bisogni degli emarginati. Ci racconta la sua storia e quella della sua casa parrocchiale, che ospita più di 20 persone.

Ci descrive le difficoltà che incontra nella lotta contro l’indifferenza e lo sfruttamento, l’incomprensione e l’abbandono.

Alla sua porta bussano italiani disperati e in difficoltà, migranti stanchi, persone schiacciate dalla freddezza della burocrazia.

Lavorare ogni giorno con questi ragazzi mi ha permesso di instaurare relazioni profonde e autentiche. Nei loro occhi c’è la solitudine, la prima vera ferita del non sentirsi accolti. Vivono la povertà relazionale della solitudine, che inizia nel momento in cui mettono piede in Italia.

Di ritorno da questa esperienza porto nel cuore tanti nomi, tanti ricordi, ma anche molta rabbia per le ingiustizie viste, per le vite spezzate e per quelle ignorate. Porto nel cuore una grande vergogna per tutte le volte che "distogliamo lo sguardo e il cuore dall’altro accanto a noi, nella paura che il diverso cessi di restarci estraneo e inizi a inquietare la falsa sicurezza che regna tra i simili” (Enzo Bianchi, L'altro siamo noi, Einaudi, 2010).

Porto nel cuore tutte queste cose e penso che questa volta la vicinanza non basti, non siamo stati chiamati soltanto per vedere e incontrare.

Il vero segreto sarà abbattere il muro dell’indifferenza e ripartire accogliendo prima di tutto lo straniero che è dentro di noi.



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