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Allora, tutto il mondo è missione? Dai fiumi dell’Amazzonia...

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Una sera ero lungo la riva del fiume. Arrivavo dalla città, avevo risalito il fiume sul barcone della parrocchia. A Rio Bacurì non c'era una farmacia, non c'era un medico, niente scuole. Aspettavo la gente per la Messa. La chiesa è dietro a me, ancora vuota.

Vedo arrivare alcune canoe cariche di gente. Tutti sporchi di melma. Il tempo di lavarsi dall'odore grasso di pesce, e subito in chiesa a intonare una nenia sacra. A quella vista, mi sento salire dentro una domanda: "Se Gesù fosse qui, al mio posto, comincerebbe subito a celebrare l'Eucaristia, o farebbe qualcos'altro?".

Insieme è meglio!

Di fatto, per cinque anni ho consumato remi e sandali per raggiungere i villaggi dei "ribeirinhos" - gli abitanti dei fiumi. Cinque anni senza raccogliere niente. Li aspettavo lungo il fiume, in silenzio. Loro arrivavano in canoa, si lavavano, in silenzio. Entravano nella chiesetta a incontrare Dio attraverso il rito...

Ma poi una risposta è arrivata: "Fermati, Giuseppe! Comunicare è importante. Annunciare il vangelo di Gesù Cristo significa comunicarlo in modo più completo. E poi, una cosa è comunicare il vangelo da soli, altra cosa è comunicarlo insieme. Insieme è meglio!".

Così ho chiesto al vescovo come fosse possibile unire l'annuncio religioso con la solidarietà verso i bisogni della gente. Il vescovo ha suggerito di assumere un laico che mi aiutasse.

La compagnia dei laici

È stato come lo sbocciare di un fiore. In poco tempo ho trovato un numero di laici sufficienti per far fronte alle esigenze della missione. Assòpra è diventato il mio primo compagno di viaggi missionari. Lui sentiva forte la necessità di risvegliare gli isolani con piccoli progetti: fabbriche di ceramica a misura famigliare; un cantiere dove costruire i barconi per gli spostamenti dei gruppi parrocchiali... Romildes, invece, spingeva per una pastorale dei pescatori: le famiglie dei pescatori erano attente a chi fosse in grado di togliere il monopolio a certi personaggi...

Altri sei laici, uno dopo l'altro, si sono uniti a noi per un servizio pastorale. Cresceva il bisogno di pregare insieme, una volta al giorno. Il soprassalto delle iniziative rischiava di passarci sopra la testa.

Le otto maniglie del timone

Un giorno mi capita tra le mani un timone di barca: una ruota con otto maniglie. Questo è diventato il simbolo delle nostre varie attività. A ogni maniglia corrisponde il nome di un'attività parrocchiale.

Una maniglia per indicare gli spacci comunitari per la spesa dei meno abbienti; una per la riunione settimanale in cui pregare; una a indicare la pastorale dei bambini; una per la pastorale giovanile...

E la gente si avvicina sempre più. La chiesa diventa la fontana del villaggio che disseta tutti. La fede entra in tutti i momenti della vita. Comunque non sono solo rose e fiori. Bisogna fare i conti anche con i temperamenti delle persone.

La missione anche in Italia

Ora sono a Tavernerio per frequentare un corso di aggiornamento missionario, insieme ad altri confratelli e consorelle provenienti da varie nazioni del mondo. Due mesi fa sono tornato in Italia per un turno di riposo, come è consuetudine per i missionari.

Qui, per la prima volta, sento parlare di "unità pastorali". C'è chi dice che sono una necessità, perché i preti stanno calando di numero. Altri sostengono che sono una scommessa della fede: servono a superare l'indifferenza, a migliorare le relazioni tra la gente...

Un amico mi ha raccontato che a Cantù c'erano cinque parrocchie. Oggi c'è una sola "unità pastorale". Un signore di Giussano mi diceva di aver partecipato a una cena, organizzata dal prete "coordinatore" della loro "unità pastorale", il cui ricavato sarà devoluto ai terremotati dell'Emilia. Lo ascolto. Mi commuovo. E mi chiedo: "Ma allora tutto il mondo è diventato missione?".



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