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A Parma, banca della memoria missionaria

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Ci sono luoghi in cui la storia si è sviluppata e ha lasciato segni indelebili, che il tempo non riesce a cancellare. Mi riferisco al quarto piano della casa madre dei saveriani a Parma e alla vita dei suoi missionari. Questa vita è collegata a una parola che più delle altre custodisce il segreto dell'amore, indica uno stato dell'uomo, segna una scelta di vita e una meta: "la missione".

La scelta è di stare vicini agli emarginati e ai sofferenti, ai deboli e agli esclusi, a coloro che hanno bisogno dell'amore di Cristo.

Durante il mio servizio come laico volontario, ho conosciuto e assistito tanti missionari con i quali ho parlato e condiviso paure e sofferenze. Con loro ho sognato, ho pregato, mi sono sentito felice. Con loro ho vissuto speranze e tristezze, ma anche dolore e distacco non sempre facili da accettare. Ho anche gioito della loro cordiale amicizia, che pur segnata dalla malattia, si manifestava con una stretta di mano, uno sguardo per dirti: "ho riconosciuto una voce amica".

Pur con i segni della stanchezza fisica, ho notato nei loro occhi fierezza e gioia, e tanta fede nella preghiera. Quanto tempo ho passato ad ascoltare: la loro infanzia tribolata, la chiamata alla missione, le amicizie del tempo degli studi, le diavolerie combinate...

Per me il quarto piano rappresenta la storia della missione: il luogo di una grande favola in cui i personaggi raccontano esperienze e avventure, il bene compiuto e i sacrifici vissuti. Perciò guardo questo luogo alla luce dell'amore e della fratellanza per tutta la comunità, della gioia nel servizio di ogni giorno, del recupero della speranza per ogni missionario saveriano.



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