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Ho avuto la fortuna di conoscere p. Roberto Sgarbossa nel 1976. Era presbitero da poco. Mio figlio frequentava l’Istituto Missioni Estere di Vicenza e Roberto era allora prefetto. Così lo si definiva, allora, cioè assistente di classe e animatore, ma per i suoi ragazzi, soprattutto, era un vero compagno.

È stato una figura forte, ben definita, di sicuro riferimento. Tutti hanno conservato di lui un ricordo di riconoscenza e affetto. Anche mio figlio pure, al momento di sposarsi, ha voluto che fosse proprio p. Roberto a celebrare le sue nozze. Anche per me quella è stata l’occasione di recuperare la sua amicizia, approfondire una reciproca conoscenza a cui seguirono lunghe e frequenti lettere, una volta partito per il Giappone. Era diventato la mia guida nella fede e vi assicuro che i suoi consigli, riflessioni, suggerimenti, uniti alle sue preghiere, mi hanno giovato molto per essere quello che sono. Grazie, Roberto.

Ho altri motivi ancora per dirgli “grazie” e si legano a ciò che sono ora i miei figli. P. Roberto, inoltre, mi ha permesso di vivere esperienze irripetibili accanto a lui, in Giappone. Mia moglie ed io siamo andati a trovarlo e abbiamo toccato con mano la fatica di un missionario per annunciare in modo coerente il messaggio cristiano alla cultura e tradizione del popolo giapponese. Una domenica, abbiamo partecipato all’Eucaristia nella sua parrocchia. È stata un’esperienza che mi ha cambiato. Mi ha obbligato a confrontarmi con le mie abitudini. Non c’era indifferenza, superficialità, chiacchiere.

Di Padre Roberto, ho apprezzato la delicatezza e, allo stesso tempo, la pronta intelligenza anche in quella occasione. Al termine della celebrazione mi ha chiesto di dire due parole ai suoi fedeli. Non mi sentivo all’altezza né ero preparato. L’ho fatto ugualmente e ho cercato di esprimere ciò che mi passava per la mente ed il cuore, un tumulto. Roberto traduceva. Non ricordo cosa abbia detto, sicuramente ero in grande confusione, ancora meno capivo cosa lui traducesse loro. Alla fine i presenti hanno applaudito e sono venuti a ringraziare e salutare personalmente. A dire il vero, mi è sempre rimasto il dubbio che lui abbia ricamato e arricchito il mio povero discorso.

La sua dipartita (il 24 gennaio 2020) ci rende molto tristi. Senza di lui, mancherà a tutti un riferimento chiaro e competente, l’indicazione per un percorso sicuro. Anch’io sono triste come voi, perché ho perso un amico, un consigliere. Ma non voglio piangere. Io credo che Dio l’abbia chiamato a sé, anche prima del tempo, perché era contento di Lui, per aver svolto bene e onestamente la sua missione. Ultimamente, il suo non era più vivere, era solo sofferenza. Ora, finalmente, è in pace e nella gioia.

Roberto era innamorato del suo paese, di Cittadella. Nel suo periodo in Giappone, all’inizio di ogni nuovo anno ci sentivamo puntualmente. “Giancarlo - mi diceva - è scaduto il mio abbonamento al Mattino di Padova”. Era il suo legame con la vita del suo paese, e soprattutto della sua squadra di calcio, il Cittadella.
Se fosse ancora tra noi, credo non vorrebbe che fossimo tristi. Come me pensatelo finalmente a Casa, definitivamente arrivato, in pace. Siatene orgogliosi. Grazie Roberto!



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