P. Veronesi, angelo diventato martire
Qualcuno, leggendo, alzerà il sopracciglio e si chiederà se mi sto inventando tutto. In realtà, riemergono fatti della vita rimasti sepolti per decenni e che, non si sa per quale ragione, tornano alla mente. Scopri che fanno ancora bene al cuore.
Padre Mario Veronesi era un uomo di 50 anni quando l’ho conosciuto a Gromo San Marino, durante il campeggio dei nuovi aspiranti missionari del luglio 1963. A me sembrava molto alto. Aveva una bella barba, ancora nera e lunga. Non so per quale ragione fosse lì. Era una bella presenza, non ricordo se ci avesse ufficialmente parlato. Era in attesa di ripartire per il Pakistan Orientale, ora Bangladesh. C’era anche p. Primo Castelli, in attesa di partire per l’Indonesia. P. Primo era bergamasco, mentre p. Mario era trentino di Rovereto. La vita del campeggio si svolgeva allegra e frizzante con giochi nei boschi e l’immancabile caccia al tesoro. Si giocava anche a pallone nel bel campetto sotto la strada che saliva a Bondione. Nella chiesetta di San Giorgio, oltre il Serio, nel pomeriggio, recitavamo il rosario e facevamo la lettura spirituale. Nel fiume, quando ce lo permettevano, costruivamo con i sassi piccole dighe. Eravamo a dire il vero un po' accampati, ma era tutto nuovo e bello. Ricordo ancora qualche nome, Del Rio, Prandin e p. Marchetti, che era il reclutatore, colui che mi aveva scovato nelle scuole di Cologno al Serio. Allora, ci si chiamava per cognome.
Ogni settimana c'era la passeggiata di un giorno. Una doveva portarci al Monte Ferrante. La salita non era troppo ripida, tanto che arrivammo bene, contenti ed entusiasti. Il tempo era bello e, dopo pranzo, si organizzavano i giochi. Ma in alta montagna, nel volgere di poco tempo, nere nubi cominciarono a minacciare la nostra escursione. I “prefetti” ci fecero muovere velocemente verso una baita incontrata nel salire, quando già incominciavano a cadere le prime gocce. Ci affrettammo perché ormai stava piovendo. Una giovane mamma con bambini ancora piccoli ci accolse nella sua baita, piena di cose curiose. Io mi sedetti vicino a p. Mario che, nel frattempo, stava pregando il rosario con una corona che non avevo mai visto prima. Era fatta con una cordicella. Su mia richiesta, me la diede per osservarla meglio.
Il temporale si intensificava, i lampi accompagnati dai tuoni si facevano sempre più vicini e la donna continuava a guardare fuori dalla porta come se aspettasse qualcuno. Chiesi a p. Mario se fosse informato. Mi rispose che la donna stava aspettando i due figli più grandi che erano fuori con le pecore. Finalmente, dopo un tempo che sembrava lunghissimo, si sentì un suono di campanacci e anch'io intravvidi due grossi ombrelli colorati sotto i quali sorridenti c’erano i ragazzi che stavano rientrando con le pecore e i cani. Penso che l'idea di essere colpiti da un fulmine non li avesse nemmeno sfiorati.
Pioveva ancora, ma il sole un po' basso cominciava a farsi strada tra la pioggia. Si decise di scendere. Il sentiero era scivoloso e nel 1963, in commercio, si trovavano, al massimo, le scarpe da ginnastica Superga con una suola che si consumava troppo in fretta e che teneva sul bagnato così e così.
Scivolai qualche volta e, a un certo punto, una mano gentile, ma ferma prese la mia e mi sostenne per quel tratto di sentiero scivoloso. Era p. Mario che mi sorrideva e mi incoraggiava. Io ero troppo preso a non cadere per fare attenzione e non ricordo ciò che mi ha detto di preciso. Arrivati alla mulattiera, mi lasciò la mano perché ormai si camminava bene. Non so nemmeno se lo ringraziai. Lui sicuramente sorrise a quel bambino di nove anni che aveva appena finito la 4ª elementare. Seppi molto tempo dopo che era partito la prima volta per il Pakistan Orientale nel 1953, l'anno della mia nascita. Quando ci incontrammo a Gromo San Marino aveva già fatto 9 anni di missione.
Non l'ho più rivisto da allora. Ho saputo che cadde da martire, durante la guerra di indipendenza del Pakistan Orientale contro quello Occidentale. “Era il 4 aprile 1971, domenica delle Palme, nella missione di Jessore. Lui è lì che aiuta come poteva quella povera gente sofferente. Arrivarono dei soldati.
Se li trovò davanti e spalancò le braccia. Una pallottola lo colpisce al petto. Cade riverso nel suo sangue, le braccia aperte, come Cristo in croce”. Non aveva ancora compiuto 59 anni.






