25 anni di missione in Colombia
Nove più sedici uguale a venticinque. Non è un conto difficile, direte voi… Sicuramente non lo è sommare, un po' più complicato è stato vivere in Colombia questi 25 anni, suddivisi in due parti, con un intermezzo un po' complicato causato da un “fuori giri d’energia” che per fortuna è rientrato.
Sono già passati nove anni dal mio rientro in Colombia, che vanno sommati ai 16 del primo periodo (1987-2003). Venticinque anni spalmati in 40 anni di presbiterato che scadranno proprio a settembre di quest'anno. Come passa in fretta il tempo! Non pensate, però, che mi senta vecchio, a dispetto dei giorni che corrono veloci. Tanti ricordi si affacciano adesso alla mente: i primi viaggi in Land Rover per visitare i villaggi della foresta intorno a Buenaventura e per condividere, con quella gente figlia degli antichi schiavi strappati all'Africa, il cammino di fede in mezzo a tanta povertà e abbandono. Di quella prima tappa della mia esperienza missionaria, resta l’accoglienza delle persone, fatta di gesti semplici, sinceri, intrisi di cordialità e sorrisi. Allora, pensavo a come potessero essere contenti e felici in mezzo a una così grande miseria.
Col tempo ho capito che erano la personificazione dei “Beati” del Discorso della Montagna di Gesù. Non possedevano quasi niente, ma erano contenti del poco che potevano avere e mi facevano pensare alla nostra vita: abbiamo tutto, possediamo tante cose o aspiriamo ad averle, ma spesso siamo insoddisfatti, inappagati. Altro ricordo importante è quello dei venerdì santi con le Vie Crucis in mezzo alla foresta, conditi con l’immancabile acquazzone che però non fermavano nè il cammino, nè la preghiera della gente; anche se la pioggia in quel clima tropicale era come una doccia tiepida al termine della quale, in pochi minuti di sole, tutti erano già asciutti.
Cambiando completamente scenario altri ricordi sono legati agli anni trascorsi nella periferia povera di Cali. Passare dal verde smeraldo della selva e dall’aria limpida, anche se umida, della costa dell’Oceano Pacifico al fango marrone e appiccicoso nei giorni di pioggia o ai polveroni dei mesi estivi è stato un cambiamento brusco e difficile. Ma, dopo un po’, ci si abituava anche a questi cambiamenti climatici, come si usa dire oggi. Perfino nella periferia di Cali il Buon Dio mi ha regalato sempre momenti di grazia, conditi da difficoltà, momenti duri e di sconforto al pensiero di tanta miseria e violenza. La stessa gente mi è stata di consolazione e di incorraggiamento.
Ricordo le visite ad ammalati e anziani in catapecchie fatiscenti. Quando entravo con le ministre straordinarie dell’Eucarestia, i loro volti si illuminavano e questo era per me sufficiente per sopportare con gioia il calore asfissiante, il cattivo odore di quelle povere abitazioni piene di sporcizia. E poi ancora gli incontri di studio della bibbia, le catechesi a bambini e ragazzi in preparazione ai sacramenti. Ricordo gli sforzi per ottenere aiuti e costruire una scuola parrocchiale. Davamo così la possibilità a tanti ragazzi di studiare, evitando loro di cadere nel narcotraffico o nelle bande giovanili. Potevano costruire un futuro migliore.
Non sono mancati momentri drammatici, anche personali, causati dal clima di violenza di quel periodo, come il celebrare i funerali di giovani uccisi in scontri tra bande o consolare madri affrante dal dolore per l'uccisione dei loro figli. Spesso mi trovavo nell'impotenza di parlare, capendo l'inutilità delle parole che, tuttavia, quella gente si aspettava da me.
Io pregavo Dio affinchè le parole risuonassero in quei cuori come conforto, speranza e santa rassegnazione. Capivo anche che, il solo essere lì con loro, era già una buona parola. Da questi semplici gesti, sorprendentemente, nasceva nei nostri confronti una profonda e inattesa riconoscenza.
La terza tappa del mio viaggio missionario mi ha portato a Bogotà. Qui, non ci sono le situazioni critiche che ho vissuto a Buenaventura e a Cali, anche se non mancano casi di miseria e violenza, ma in misura più ridotta. Ho una parrocchia di 20mila abitanti e senza l'aiuto dei cristiani potrei fare poco. È con l’aiuto dei vari gruppi parrocchiali che si può costruire una comunità vivace e operosa. Coordinare tutto questo ha le sue difficoltà e spesso sono costretto a prendere decisioni un po' constrastate. Le critiche non mancano, i piccoli o grandi litigi interni ai gruppi nemmeno. Incomprensioni, qualche rivalità e un po’ di ambizione di alcuni ci fanno assomigliare alle prime comunità cristiane, descritte dagli Atti degli Apostoli, con le loro virtù e difetti. Ciò che conta, è continuare il nostro cammino di crescita nella fede, aiutandoci, perdonandoci e soprattutto chiedendo ogni giorno al Signore il suo aiuto.
Dicevo sopra dei miei 25 anni di missione in Colombia, spalmati in 40 di presbiterato. Proprio il 25 settembre 1979, 40 anni fa, insieme a p. Adriano Armati di Casazza (BG) e altri quattro compagni abbiamo ricevuto il dono del presbiterato missionario. Un altro motivo per confidare nella misericordia di Dio, per ringraziarlo e per chiedergli di continuare a sostenerci, come si diceva un tempo “nel suo santo servizio” nella chiesa e nella missione di Gesù.






