Skip to main content
Animazione Missionaria e Vocazionale

Desio (MB)



Presentazione

La nostra casa vuole dunque essere “spazio aperto” di condivisione con la famiglia saveriana, composta dai missionari saveriani, dalle missionarie saveriane e dai laici saveriani. Insieme incroceremo cammini di vita alla luce di Cristo con un grande desiderio di felicità e di pace.

Cdesio celebrazionei rispecchieremo in tanti popoli con i loro volti, le loro storie e con le sfide come la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e interculturale, la salvaguardia del creato.

Qui, dall’inizio alla fine, la missione è intesa come incontro tra persone in Cristo che, secondo continenti, modalità e tempi diversi, suscita sfide, accende il cuore di desideri e porta a formulare progetti.

Offriamo, dunque, strumenti di animazione, itinerari e proposte di formazione, incontri di Spiritualità alla luce del Vangelo, l’ascolto di testimoni, di missionari che hanno già fatto la loro scelta di vita accanto agli ultimi del mondo.

Insieme, ci collegheremo con tante persone già impegnate nella diffusione del Vangelo e anche noi potremo scoprire cammini per farlo a partire dal nostro territorio, dal nostro ambiente lavorativo, scolastico o universitario, per essere anche noi proiettati verso gli altri… “fino agli estremi confini della terra!

Condividi su

Innamorati di Cristo e dell’uomo

O Vergine della Consolazione, oggi ti prego di fare una carezza rigenerante a tutte le persone che portano nel cuore il magone della tristezza e della solitudine e a tutte le persone che faticano a tenere, sulle spalle la loro croce, il passo delle orme del tuo figlio Gesù.

In questi giorni ho letto tanti articoli, tante riflessioni, tanti commenti. Ben fatti. Fanno riflettere. Mi è stato chiesto di dire due parole sui missionari saveriani morti a Parma, a Desio e ad Alzano. Prima volevo tacere. Ma nel silenzio mi sono reso conto che la distrazione ha vinto. Una giornalista mi ha strappato le parole con tutta la mia libertà. Visto che ho già rotto il voto, allora parlo poi taccio. Ma primo vorrei partire dal vangelo di oggi (31/03/2020) perché contiene la sostanza di quello che stiamo vivendo. Il mondo passerà, tutto passerà. L’unica cosa che conta è la Vita. Per noi Cristiani quella Vita la possiamo trovare solo in Gesù Cristo. E Pietro l’ha capito quando rispose:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».[Gv 6,68-69]

Il mio pensiero avrà due punti. Nella prima parte, proverò ad immaginare una strada percorsa da un missionario. Nella seconda l’immagine sarà quella della casa come luogo di abbracci, di tenerezza, di perdono, di ripartenza, di sicurezza; ed in modo particolare l’immagine andrà ai nonni morti soli e ai nipoti e figli che non hanno potuto né abbracciare né dare l’ultimo saluto come conviene.

  1. Un missionario sulla strada

In questo momento ho in mente tre missionari saveriani. P. Pino Rizzi. Fratello Lucio Gregato e p. Enrico Di Nicolò. Padre Giuseppe (Pino) è stato missionario in Congo. Fratel Lucio è stato pure missionario in Congo. P. Enrico Di Nicolò è stato missionario in Italia, ed apparteneva alla comunità di Desio.

Nel 2003 avevo incontrato p. Pino a Kitutu (parrocchia finora saveriana nella diocesi di Uvira, Sud-kivu). Da casa mia (Mwenga) a Kitutu sono 90 km. Su quella strada avevo incontrato decine di barriere di soldati [dell’esercito e delle milizie] che chiedevano tutti soldi. Ne avevano bisogno. Ho fatto per tre volte questo viaggio perché qualcosa bruciava in me e volevo capire fino a quando ho fatto una esperienza missionaria a Lugushwa [adesso è parrocchia], una comunità della stessa parrocchia ad una cinquantina di km. I viaggi venivano fatti spesso un tratto in macchina, un tratto in moto, un lungo tratto a piedi accompagnati, circondati da fedeli. Non so quanti kilometri p. Pino ha percorso. Non so quanti fiumi ha attraversato a piedi. Non quante montagne a calato, non per hobby. Non so quante volte è caduto; tre, quattro, cinque…diciamo 2 volte per non superare Gesù. Eppure qui, in RDC, ha trovato l’Amore. Ha trovato Dio. A Parma mi diceva: “Noi congolesi …” Si considerava congolese. L’amore che lui aveva ricevuto da Dio l’aveva condiviso con le persone che aveva incontrato in Congo. Per conseguenza, lui stesso si è sentito amato da migliaia di persone. Questo è il miracolo dell’amore. Se ami tanto/tanti riceverai tanto Amore. Pino, come tanti missionari, nei momenti tristi, bui, di incertezza, non ha abbandonato il popolo congolese. Quando poteva lui scappare, ha voluto scappare in foresta per stare in mezzo alla sua gente. Ha amato. L’amore lega. Umiliato, picchiato, è rimasto lì, non è scappato. Anche quando è diventato cieco non voleva venire in Italia. Voleva stare lì. Solo chi ama capisce quel che Dio costruisce pian piano nel cuore di ogni donna e uomo che ama, che scopre la sua vocazione.

Fratel Lucio [foto] voleva essere chiamato “Akina bwana Frera” [ Reverendo, eccellenza signore Fratello]. Così tutti entravamo in contatto con lui. Incontrare Lucio era come un divertirsi. Faceva stare bene le persone. Hai bisogno di qualcosa? Vuoi una birra? Sei stanco petit? E cosi via. Era un uomo Umano. Un fratello al vero senso della parola. Lo immagino anche lui sulle strade con mattoni, sabbia, cemento e tanti bambini che gridano “frera, frera, frera, frera”. Lo immagino dando dei ordini o rimproverare i muratori. Lo immagino durante la pausa portare da mangiare, scherzare. Lo immagino la domenica a kilomoni [Uvira] passare il pomeriggio con i dipendenti a fare la grigliata. Lo immagino fedele in chiesa tutte le mattine e le sere. Lo immagino che ascolta tante persone disoccupate e cerca di dire una parola buona, di conforto.

  1. Enrico di Nicolò ha vissuto tutta la vita missionaria qui in Italia. Insegnante e vicario parrocchiale. Tra tante cose chi mi hanno colpito di lui c’è la chiarezza di idee, la costanza nell’andare a Nova Milanese [dov’era vicario fino alla morte], la sua capacità di ascolto e di incoraggiamento e soprattutto il Silenzio. Sapeva scherzare. Di quelle tante chiacchiere che ho fatto con lui ripeteva sempre “beato te che non tieni pensieri” e Nazzareno rispondeva “gli incoscienti non tengono pensieri”. P. Enrico, a quasi 81 anni, andava tutti i giorni a fare ministero. Durante l’avvento ha visitato tante famiglie con fedeltà. Tutte le mattine andava a celebrare la messa delle 6.45.

Vorrei ribadire le parole che ho esposto poco fa. Mi piace ricordare i miei confratelli con come persone che hanno pregato per l’umanità. Hanno ascoltato quante storie, a volte ripetute. Hanno accolto le lacrime di tante persone. Hanno ridato vita, forza, coraggio dove tutto sembrava morto. Sono stati strumento di Dio perdonando i peccati, accompagnando i moribondi, distribuendo il Corpo di Cristo. Su quante mani? Migliaia. Hanno rivelato il volto del Buon Pastore (Gv 10,1-12). Il buon pastore dà, consegna, spreca, spende la sua vita per le pecore. Padre Giuseppe durante le guerre in Congo non ha mai pensato di tornare nella sua Bella Italia. Presi dall’amore di Dio, non potevano non rimanere in mezzo alla gente, in mezzo a tanti volti di Cristo. Afferrato dall’amore dell’uomo/Dio non erano liberi di scappare, sarebbe stato un tradimento. Chissà cosa Dio costruisce nel cuore dell’uomo! Chissà cosa spinge l’uomo a scoprire la sua grandezza anche nell’offerta suprema pur non tradendo quella fedeltà all’uomo! Quando vedo la foto dei missionari morti, vedo dietro queste foto tante storie, tanti volti, persone concrete accolte, accompagnate.

  1. La casa luogo di abbracci

In questi giorni ho pensato molto. Ho pregato pure abbastanza. Ho pensato a persone morte nella solitudine. Ho pensato a medici che stendevano il segno di croce sui morenti. Ho immaginato quegli abbracci stroncati e non sono mai diventati realtà a causa di covid19. Ho pensato a quel desiderio di abbracciare nipoti, figli, fratelli, sorelle, amici. Desiderio che non si è realizzato. Ho pensato a figli, e specialmente nipoti che non hanno neanche potuto accarezzare il corpo morto del nonno, della nonna, della zia, dello zio. Ho pensato a figli che hanno rinunciato a tutto per custodire i genitori. Ho pensato a questi amori, legami, tenerezze stroncate cosi bruscamente senza dire niente. Tutti i giorni dopo le 18, immagino che ci sono centinaia, migliaia di persone, nuovi disperati, in pianto, in solitudine, in sofferenza senza nome. Ho pensato a nipoti che non riceveranno più gli abbracci del nonno, della nonna. In una classe avevo detto un giorno “la cucina della mamma è la migliore” per ricevere una risposta secca, corale: “della nonna”. Ho pensato a tanti bambini che non avranno assaporato, sperimentato, sentire sul corpo la carezza della nonna. Non riceveranno la sicurezza che solo può dare una nonna, un nonno. Ho pensato a tanti figli che entrando in casa senza mamma, senza papà. Quella casa sarà fredda, solitaria.

Mentre sto scrivendo mi vengono in mente due immagini. La prima è nel Vangelo di Giovanni quando Gesù disse a Pietro:

«Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?». [Giovanni 21,22-23]

Secondo la tradizione, il discepolo amato è Giovanni evangelista detto discepolo amato. L’amore non muore [Se voglio che rimanga finché io venga], l’amore rimane, l’Amore vince, vive. Questo, Dio l’ha infuso nel nostro cuore. Se nel tunnel, nella precarietà, nel dolore, nella disperazione si è accompagnati da gesti d’amore, dalla vicinanza di una sorella, un fratello e soprattutto di una comunità, sì rimane tunnel. Sì rimane dolore. Sì rimane disperazione. Sì rimane precarietà. Sì rimane croce. Ma ci entro con qualcuno che mi affianca.

In Africa quando muore un anziano sappiamo che “è una biblioteca che si brucia”. Per non perdere la memoria sappiamo l’anziano morto non ci ha mai lasciati; è presente, in mezzo al nostro dolore, alla nostra sofferenza, è andato nel villaggio degli Antenati, nella comunione degli antenati e da lì può intercedere per noi. Da lì è fiero di vedere i figli crescere con successo. Questa immagine viene dipinta in questa poesia :

“Quelli che sono morti non sono partiti,

Sono nell’ombra densa,

Sono nell’albero che rabbrividisce,

Sono nei gemiti di un albero,

Sono nell’acqua che scorre,

Sono nell’acqua che dorme, sono nelle case,

Sono nelle folle,

Sono nel seno della donna,

Sono nel bimbo appena nato,

Sono nel fuoco che si spegne,

Sono nelle erbe che piangono,

Sono nella foresta,

Sono nella dimora.

Senti la voce dell’acqua,

Senti il cespuglio in singhiozzo:

È il soffio degli antenati.


Birago DIOP
[Les contes d'Amadou Koumba]



Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito