Di solito si usa il verbo “kufanya”, ma anche il “kutenda” esprime un concetto simile. Il primo spinge sul fare immediato, l’altro su quello che stai facendo. E così andiamo a un ricordo. Quando si insegna il catechismo, spesso i catecumeni capiscono che basta sapere a memoria quello che viene detto. Ma il catechista insiste dicendo “Haitoshi kujua, inafaa kutenda (non basta sapere-conoscere, bisogna fare dei gesti concreti che fanno vedere che quello che hai capito lo stai e ti sta trasformando)”. E così si parla delle opere di misericordia corporali e spirituali, del partecipare alla vita della piccola comunità (shirika), della carità concreta, del condividere il tempo e le cose con chi ci sta vicino, dell’andare a lavorare i campi di qualche malato o lebbroso, di andare a trovare i malati e i carcerati, del mettersi a disposizione della piccola e grande comunità parrocchiale…insomma di non stare con le mani in mano). Questi gesti sono segni concreti di conversione che fanno bene al cuore e che ci fanno capire che i nostri fratelli africani prendono sul serio la loro adesione a Gesù Cristo.







