Vicenza: Esperienza di missione in Amazzonia
“Insieme per la Missione”. Diocesi di Vicenza. Una riflessione sull’esperienza di missione appena conclusa dal nostro gruppo di 3 giovani vicentini: un mese nelle missioni saveriane del Parà, nell’Amazzonia brasiliana. (Agosto 2012)
AMAZZONIA. VIAGGIO IN TERRA DI MISSIONE
Brasile. Belem. La prima tappa del nostro viaggio in terra di missione. Atterriamo nella capitale del Parà, nel nord del Brasile. Sulla foce del Rio delle Amazzoni. E’ la porta dell’Amazzonia, terra di grandi ricchezze ma per pochi, fotografia di un Paese tra i più produttivi al mondo, ma che consegna ai nostri sguardi contraddizioni assurde. Ci aspettano padre Paolo e padre Renato. Hanno fatto centinaia di chilometri per essere lì ad accoglierci. Perché accoglienza è anche andare incontro all’altro, non solo aspettare che sia lui a venire incontro a te. Nel tragitto che divide l’aeroporto dal centro città, si scorgono le case popolari. L’odore delle fogne a cielo aperto è ripugnante. Il porto, il mercato Ver-o-Peso e la dogana sono il simbolo dello sfruttamento dell’Amazzonia: da qui partivano il legname, il caucciù e i minerali verso l’Occidente, l’Europa, il Primo Mondo. Il forte e l’arsenale sono i resti del dominio coloniale portoghese durato fino al 1822. Nella casa provinciale saveriana ci accolgono padre Marcello e padre Zezinho, come fossimo di famiglia.
Il mattino presto partiamo per São Félix do Xingu, più di mille chilometri su strade impervie, sconquassate dai camion pesanti che trasportano legname, minerali e bestiame, in mezzo a ciò che resta della foresta equatoriale. Monocoltura, latifondismo, desertificazione: il paesaggio è desolante. I grandi proprietari terrieri preferiscono l’allevamento dei bovini, meno dispendioso dal punto di vista del tempo e dell’attenzione da dedicarvi, rispetto all’agricoltura. La foresta viene tagliata per lasciare posto a sterpaglie e pascoli. La Commissione Pastorale della Terra, attraverso la costante azione di padre Danilo e padre Primo, offre un’alternativa possibile: la Casa Famigliare Rurale, una scuola in cui si insegna ai figli dei contadini come coltivare la terra, migliorando le tecniche agricole; e l’Adafax, che combatte le grandi multinazionali del ferro e del nichel che sfruttano il lavoro schiavo e distruggono l’ambiente. L’uomo, della terra e dell’uomo, è padrone o custode?
Con Padre Paolo visitiamo le comunità ecclesiali di base. Perché missione è anche, e soprattutto, un’esperienza di Chiesa. Una Chiesa giovane, “di frontiera”, che porta la Parola non solo a parole ma anche “sporcandosi le mani”. Ed è di questo che abbiamo voglia e bisogno noi giovani oggi.
Nell’ultima parte del nostro viaggio ci spostiamo a Redenção, dove padre Renato ci offre l’opportunità di conoscere le piccole tribù di indios Kayapò, sia nei loro villaggi sia in città sia nei locali in cui gli indigeni trovano accoglienza e sostegno sanitario. La modernità ormai è arrivata anche qui, non si può tenere fuori. Serve piuttosto qualcuno che capisca gli indios e che faccia da “ponte” tra la loro cultura e le regole della nuova società. E la Pastorale Indigenista fa proprio questo. Perché l’Amazzonia è terra di culture millenarie, che hanno prodotto qualcosa di originale, di ingegnoso e di bello, e meritano di essere conservate. Dice un saggio: “Solo chi è senza ragione non riesce ad apprezzare le cose belle di Dio. E le cose belle sono di Dio”.
E poi, una notte di agosto, la cena allietata dalla calorosa accoglienza della gente brasiliana, le verdi e morbide colline tra le immensità amazzoniche. La meraviglia si staglia sopra le nostre teste: un cielo spettacolare, una moltitudine di stelle mai vista prima, un’emozione che si esprime in un pensiero di bellezza e unicità della vita nostra. Siamo qui. Ora. La vita, sì, ci è stata data, donata, e spetta a ognuno provare ad impreziosirla. Noi tre giovani vicentini abbiamo speso il mese di agosto per visitare una missione. Ma non è stata una “spesa”; è stato un investimento, una semina che - chissà? - darà un frutto che arricchisce: innanzitutto lo spirito, giacché l’esperienza è stata indimenticabile. Mai finiremo di ringraziare i padri saveriani che abbiamo incontrato e conosciuto; mai smetteremo di ammirare quanta forza e quanto entusiasmo animano il loro operato, che viene in fin dei conti a sposarsi ed identificarsi con la loro ragione di esistenza, in una perfetta simbiosi umana con un Credo che li rende “pane spezzato” e “speranza di vita” per quanti incrociano il loro apostolato.
Al di là di ogni aspettativa, è stata una grande esperienza per noi, nobilitata da incontri speciali, scoperte quotidiane di un mondo che davvero si differenzia dalla nostra sonnolenta Europa. Qui la Fede si percepisce con somma forza, è un collante per la comunità, non una scelta di comodo. La preghiera è una esigenza intima, che però acquista tono se condivisa e vissuta nella festa. Anche noi, superando barriere linguistiche e culturali, abbiamo pregato con la gente e per la gente: grande è l’esempio dei padri in questo “Regno di Dio”.
Le motivazioni razionali e gli stimoli impulsivi che ci hanno suggerito di partire, e dunque “comprometterci”, verso la Missione stanno trovando pieno riscontro e soddisfazione tutt’ora, a pochi giorni dal rientro: consci di aver ricevuto più di quanto dato, ci rimane nel cuore l’accoglienza festosa, l’adrenalinica avventura, e una certezza: dedicarsi, ognuno per la propria parte, agli altri esige impegno e coerenza, ma riempie il cuore di gioia, e la vita trova compimento!
Alberto Bisson, Andrea Fabris, Denis Lovato
