
From the Editor’s Desk
“The Tablet” – 20 novembre 2014
In questa settimana, il Sinodo Generale della Chiesa d’Inghilterra ha infine adottato quale sua politica ufficiale l’ordinazione delle donne vescovo. Ci si può attendere le prime donne vescovo nel giro di qualche mese, o forse anche prima. Perché allora a Roma la Congregazione per la dottrina della fede è così ipersensibile circa qualsivoglia accenno all’ordinazione delle donne avanzata da scrittori o relatori cattolici?
Se la Congregazione viene a sapere di una conferenza in programma da parte di un relatore che abbia trattato questo tema, anche se l’argomento della medesima conferenza è completamente diverso, scrive subito al vescovo del posto e chiede che l’evento sia cancellato. Ma trattarlo come se fosse un male enorme è chiaramente lontano dalla linea di comportamento adottata dalla Chiesa cattolica nei confronti dei partner ecumenici della Comunione anglicana, se non addirittura insultante.
Nell’Ordinatio sacerdotalis del 1994, papa Giovanni Paolo II dichiarò che la dottrina secondo cui la Chiesa non era autorizzata all’ordinazione delle donne era “da considerarsi definitiva” da tutti i fedeli.
L’energia con cui da allora ciò è stato fatto rispettare, tuttavia, lascia intendere che ci sia qualcos’altro al di là dell’obbedienza agli editti papali. In Vaticano, alcuni sono particolarmente nervosi a proposito delle questioni riguardanti l’identità di genere, specialmente circa gli argomenti sostenuti da certe femministe americane e da altri secondo cui i sessi sono in via di principio intercambiabili, e le differenze sono interamente condizionate dal costume sociale e culturale. I difensori dell’ortodossia sembrano considerare l’ordinazione delle donne come un indebolimento dell’idea, fondamentale nella civiltà, che i sessi siano complementari e non la stessa cosa. Se fosse vero, ciò renderebbe la Chiesa d’Inghilterra un’istituzione alquanto pericolosa. Qui però c’è un’incongruenza.
Nel 2008 papa Benedetto dichiarò che la distinzione tra uomini e donne era “fondamentale per la natura umana”. Il suo bersaglio principale sembravano essere gli scritti della professoressa Judith Butler, che in America ha influenzato l’opinione degli ambienti accademici con l’idea che il genere sia una costruzione sociale e che l’orientamento sessuale sia di conseguenza flessibile – un individuo è maschile o femminile, omosessuale o etero, perché è stato condizionato in quel modo. Ma attribuire a questa idea tanta importanza significa ignorare il fatto che il 99 per cento della popolazione considererebbe tale teoria un’assurdità. Tutta l’evidenza scientifica, come anche la testimonianza di genitori e insegnanti, rafforza invece l’idea che bambini e bambine nascono diversi, mentre l’omosessualità e il lesbismo sono caratteristiche presenti prima della nascita.
La Congregazione per la dottrina della fede ha recentemente sponsorizzato una conferenza sulla complementarietà dei generi, ma nell’incontro l’enfasi è stata posta sulla rottura della vita familiare, e sull’influenza che su di essa ha la povertà devastante, piuttosto che sull’importanza di conservare la distinzione tra i generi. Durante la conferenza, papa Francesco ha detto all’uditorio di non confondere la complementarietà “con l’idea semplicistica che tutti i ruoli e i rapporti dei due sessi siano fissati in un unico, statico schema”. Un tale prorompente buon senso suggerisce che la campagna contro la professoressa Butler e le sue idee estreme dovrebbe essere abbandonata. La professoressa Butler non è mai stata così importante.
Perciò la caccia alle streghe contro coloro che sostengono l’ordinazione delle donne dovrebbe d’ora in poi essere considerata indegna della Chiesa.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell’editore
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