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Una terra bagnata dal sangue

Una terra bagnata dal sangue

Oscar Romero e i martiri di El Salvador

Terra Bagnata Sangue LibroVista l’ormai consistente bibliografia su mons. Oscar Romero pubblicata anche in Italia e ulteriormente infoltita in occasione della beatificazione, la scelta di dedicare un altro libro all’arcivescovo ucciso il 24 marzo 1980 corre forte il rischio della ripetitività.

Il volume di Anselmo Palini si sottrae a questo pericolo non solo attraverso una rigorosa e contestualizzata ricostruzione dei fatti che però non va a scapito di uno stile semplice e dell’intento divulgativo, ma soprattutto collocando la vicenda del primate salvadoregno a fianco, in un’ideale galleria di ritratti, su altre storie analoghe, ma assai meno note, accomunate dall’avere scenario del proprio tragico consumarsi il piccolo paese centroamericano.

Si tratteggiano, quindi, le figure di Marianella Garcia Villas, prima presidente della Commissione per i diritti umani del Salvador (Cdhes), torturata e fatta esplodere dai militari all’inizio del 1983 (cui Palini aveva dedicato tre anni fa il suo Marianella Garcia Villas. “Avvocata dei poveri, compagna degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi” e di cui ritrova la tomba per sentirsi dire dal custode che dal 1990 nessuno ha mai chiesto di visitarla), di p. Rutilio Grande, la cui morte per mano degli “squadroni della morte” fu una sorta di “battesimo di sangue” per il neo-arcivescovo, di cui era amico carissimo, o dei sei gesuiti massacrati con due donne di servizio nel 1989 all’Università centroamericana (Uca) dai membri di un corpo d’élite dell’esercito addestrati negli Stati Uniti.

Ma soprattutto si presentano i profili delle tre religiose e della sorella laica statunitensi sequestrate e ammazzate dalla Guardia nazionale con armi fornite da Washington alla fine del 1980, di Herbert Anaya Sanabria, successore di Marianella Garcia Villas alla guida della Cdhes, assassinato per strada nel 1987, e di Rufina Amaya, unica sopravvissuta della strage del Mozote, alla fine del 1981, di oltre mille contadini, tra cui diverse centinaia di bambini, che perirono per mano dello stesso battaglione specializzato nella lotta antiguerriglia che avrebbe poi compiuto l’eccidio della Uca.

Nel Salvador, dunque, si è riassunto quel martirologio che ha contraddistinto la Chiesa latinoamericana nell'ultimo mezzo secolo, con decine di migliaia tra vescovi, preti, religiose, delegati della parola, catechisti, sindacalisti, leader contadini ecc. assassinati per il loro impegno a favore della giustizia ispirato dalla fede.

Di essi mons. Romero è il massimo simbolo, che ha superato le frontiere nazionali, continentali, confessionali e perfino religiose, ma per la cui canonizzazione – l’unica di questa moltitudine di testimoni – ci sono voluti 35 anni, che non sarebbero bastati senza l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a vescovo di Roma.

Perché mons. Romero e i martiri latinoamericani sono scomodi per la stessa istituzione ecclesiastica, in quanto ammazzati da regimi “cattolici” in nazioni culturalmente “cattoliche”, dopo essere stati osteggiati da persone che professavano lo stesso credo e spesso dalla gerarchia della propria Chiesa, nel nome di “Dio, patria e famiglia”. Sono stati uccisi da altri cattolici, che erano convinti di essere fedeli al Vangelo quando difendevano un “ordine divino” ritenuto fondamento e legittimazione delle gerarchie sociali, contro una fede che storicizza la Chiesa, “popolo di Dio” nel contesto del processo di liberazione degli oppressi, in un scontro in cui decisive risultavano le conseguenze “politiche” derivanti da ciascun modello ecclesiale.

Con la beatificazione di mons. Romero e l’avvio della canonizzazione di p. Grande, la Chiesa conferma l’esemplarità delle loro scelte.

Ma chi quei morti ha considerato, da vivi, una “quinta colonna” dell’eresia nella Chiesa o, dopo la morte, vittime dell’aver deviato dalla dottrina tradizionale, può rivendicare per le proprie posizioni la medesima “qualità cristiana”?

Le due visioni di Dio, della Chiesa, del cristianesimo scontratesi in questo conflitto e tuttora presenti nella comunità ecclesiale, sono parimenti legittime, in quanto ugualmente fedeli al Vangelo?

O una delle due è, se non eretica, inadeguata a rappresentare il messaggio cristiano? Se così fosse, si tratterebbe di rivedere diversi modelli ecclesiali, teologici, morali ecc. ancora assai diffusi nella Chiesa.

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