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OSCAR ROMERO PRIMO SANTO DI MEDELLÍN

OSCAR ROMERO PRIMO SANTO DI MEDELLÍN

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Quest’anno ricorre l’anniversario di molti eventi che hanno profondamente trasformato la storia degli ultimi cinquant’anni: il maggio francese, la primavera di Praga, il massacro degli studenti di Città del Messico, l’assassinio di Martin Luther King... In questa lista non può mancare, dal punto di vista ecclesiale, Medellín, cioè la conferenza dell’episcopato latinoamericano che ha cambiato il volto della Chiesa del continente. Tutto è partito dal Vaticano II (1962-1965), quando Paolo VI, consapevole del carattere ancora molto europeo del Concilio, diede voce agli episcopati del Sud del mondo, convocando conferenze continentali per divulgare e applicare il rinnovamento conciliare nei diversi contesti. Da qui appunto Medellín (1968), per i vescovi latinoamericani; Kampala (1969), per quelli dell’Africa; e Manila (1970), per quelli dell’Asia. Medellín fu, però, molto di più di una semplice divulgazione e applicazione del Vaticano II in America latina: fu una recezione creativa e originale del Concilio, a partire da un continente povero, segnato da una fede tradizionale molto rituale, dall’analfabetismo, con strutture ecclesiali pesanti e arretrate. Medellín fu una nuova Pentecoste per l’America latina, un tempo di grazia, il passaggio di Dio in un contesto umano profondamente ingiusto, di oppressione e morte. I vescovi latinoamericani rilessero il Concilio proprio a partire da questa realtà, ascoltando il “sordo lamento [che] promana da milioni di uomini, i quali chiedono ai loro pastori una liberazione che non arriva da nessuna parte” (14,1), un grido che, come quello dell’Esodo, chiedeva giustizia e liberazione. Questa dura realtà è illuminata dal Vangelo di Gesù di Nazareth, come buona notizia per i poveri, con i quali Gesù si identifica. A Medellín i vescovi compresero questo grido come un segno dei tempi e la voce dello Spirito, che chiedevano cambiamenti strutturali a livello sociale ed ecclesiale, con il superamento della dicotomia tra Chiesa e mondo; una maggiore responsabilità della fede nei confronti della storia; una più profonda unità tra progetto salvifico di Dio, realizzato in Cristo, e aspirazioni umane, tra Chiesa popolo di Dio e comunità temporali, tra azione rivelatrice di Dio ed esperienza umana (cfr. 8,4). Da qui emerge il nuovo volto della Chiesa latinoamericana, “autenticamente povera, missionaria e pasquale, svincolata da ogni potere temporale e coraggiosamente impegnata nella liberazione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (5,15). È la Chiesa dei poveri, sognata da papa Giovanni XXIII, cui il Concilio non seppe dare piena espressione. Oggi è la Chiesa di papa Francesco, il cui pontificato risente evidentemente della tradizione profetica e pastorale di Medellín. Da quella conferenza sorsero vescovi che sono diventati dei veri santi pastori, profeti e martiri della Chiesa dei poveri, come Hélder Câmara, Sérgio Méndez Arceo, Aloísio Lorscheider, Enrique Angelelli, Leonidas Proaño, Gerardo Valencia Cano, José Maria Pires... Mons. Oscar Romero non partecipò alla conferenza di Medellín, perché nominato vescovo due anni dopo, ma può senz’altro essere annoverato tra i pastori, i profeti e i martiri di Medellín, perché ha incarnato, fino alla sua tragica morte, il nuovo volto della Chiesa latinoamericana, come ebbe a testimoniare con parole semplici ma inappellabili un campesino salvadoregno: “Monseñor dijo la verdad, nos defendió a nosotros de pobres, y por eso lo mataron” (Monsignore ha detto la verità, ha difeso noi poveri, per questo l’hanno ucciso). Anzi, poiché il 14 ottobre prossimo, papa Francesco lo dichiarerà santo, possiamo senz’altro ritenerlo il primo santo di Medellin.

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