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La nonviolenza come scelta di vita

La nonviolenza come scelta di vita

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“Missione Oggi” ha ricevuto in redazione vari articoli in margine alla pubblicazione nel sito della rivista della presa di posizione di Pax Christi nazionale contro la proclamazione di papa Giovanni XXIII come patrono presso Dio dell’Esercito italiano. Alcuni esprimevano disappunto per la nostra presa di posizione, altri soddisfazione.

Riprendiamo qui il discorso confermando la nostra convinzione che la vita e le opere del santo papa non possano in alcun modo essere associate alle forze armate, quanto piuttosto a tutte le persone di buona volontà che nel mondo si adoperano per la pace in maniera nonviolenta. Conveniamo inoltre con la proposta, già avanzata in varie occasioni, che prevede il servizio pastorale ai militari senza la necessità, da parte dei cappellani, di rivestire i gradi militari.


Cappellani senza stellette

A CURA DELLA REDAZIONE

BRESCIA, 10 DICEMBRE 2017

Da alcuni lettori ci arrivano sollecitazioni affinché Missione Oggi assuma una posizione chiara o, per lo meno, esprima una propria opinione sulla decisione di nominare Giovanni XXIII santo protettore dell’Esercito italiano. Qualche cappellano militare ha espresso, anche sulla stampa di informazione, un giudizio fortemente critico nei confronti di quei vescovi che hanno espresso riserve, se non contrarietà, per tale decisione ritenuta impropria per il papa della Pacem in terris. A sostegno delle proprie opinioni, chi si è espresso a favore, snocciola ragioni che possono provocare, indubitabilmente, un forte coinvolgimento emozionale in chi legge od ascolta queste parole in quanto confermano quel senso comune che vede nelle forze armate l’unico strumento che può garantire il ristabilimento della pace là dove conflitti infra o interstatali lacerano popoli e paesi. In sostanza, la “guerra giusta” – perché di questo si tratta –, sotto le spoglie della “guerra umanitaria”, riacquista una sua legittimità. Non solo; coloro che invece nutrono dubbi, riserve, o che si oppongono a tali scelte (i “pacifisti”, termine usato con sufficienza come squalificante),  sono considerati, quando va bene, dei pavidi, se non peggio.

Sentiamo forte il richiamo a quel famoso comunicato dei cappellani militari pubblicato nel lontano 12 febbraio 1965 a Firenze, a cui rispose don Milani. Lì si definiva l’obiezione di coscienza “un insulto alla Patria e ai suoi caduti”, oltre che “l’espressione di viltà”.

Il priore di Barbiana rispose pacatamente come nella storia d’Italia di “guerre giuste” ce ne erano state ben poche. Anzi nessuna, se si esclude la Resistenza. Ai tempi della polemica, molti giovani preferivano essere rinchiusi nel carcere militare di Peschiera piuttosto che vestire la divisa: vili? Per quei cappellani militari sì. Altri, con la nascita dei movimenti di solidarietà internazionale, le Ong, le associazioni di cooperazioni dal basso, preferirono alla caserma un villaggio africano o brasiliano, la vicinanza agli “impoveriti” del Sud del mondo, o l’ impegno nella ricostruzione del Belice, distrutto dal terremoto del ‘68. Assunsero la nonviolenza come scelta di vita, tavola di valori, ispirazione di pratiche utili a prevenire i conflitti distruttivi, a condividere con le vittime la loro sorte nel momento del pericolo, in alcuni casi lasciandoci la vita (dicono niente i nomi di Rachel Corrie e Vittorio Arrigoni?), a ricostruire un “dopo” per tutti/e, possibilmente riconciliati. A Sarajevo, sotto le bombe, non c’erano solo i Caschi blu, ma nel 1992 anche i tanto vituperati “pacifisti” con don Tonino Bello, presidente di Pax Christi, e l’anno dopo, con Mir, Sada e Beati i costruttori di pace, in un tentativo di interposizione nonviolenta tra le parti.

La pace non è un atto imposto

con un trattato né con la forza militare. Quando ciò è accaduto nella storia, non è stato altro che il preludio di nuove guerre, magari altrove, per procura. Si invera solo quando sa andare alle radici delle ingiustizie che provocano i conflitti distruttivi. Non è un atto, ma un processo che chiede perseveranza, conoscenza ed empatia, ma soprattutto una vera e propria rivoluzione morale ed intellettuale in tutti e in ognuno.


Congo RD appello solidale della CEI

CEI - CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE UFFICIO NAZIONALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI

ROMA, 24 GENNAIO 2018

Il sequestro di padre Robert Masinda – del clero della diocesi di Butembo-Beni – e di un suo collaboratore, avvenuto il 22 gennaio, è sintomatico del malessere che da molto tempo attanaglia la Repubblica Democratica del Congo. Si tratta del sesto sacerdote rapito dal 2012, insieme a religiose e laici, in un contesto, quello del Kivu settentrionale, dove la stremata popolazione civile è sottoposta, quotidianamente, ad ogni genere di vessazioni da parte di innumerevoli formazioni armate. A ciò si aggiunga la delicatissima situazione politica nazionale, segnata dalla repressione nei confronti di quei cattolici che, lo scorso 31 dicembre, hanno protestato, e continuano a farlo pacificamente, nei confronti di coloro che nel paese africano impediscono lo svolgimento delle elezioni.

Chiedendo l’immediata liberazione dei prigionieri, la Conferenza episcopale italiana esprime la propria solidarietà alla Chiesa e al popolo congolese e si stringe attorno all’episcopato locale, implorando da Dio i doni della giustizia, della riconciliazione e della pace.

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