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L’umorismo teologico un contributo all’etno-teologia

L’umorismo teologico un contributo all’etno-teologia

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Papa Francesco, con l’aiuto e la cura di N. Benazzi, ha pubblicato un libro che addirittura porta il titolo Dio ride (Piemme 2015). Spieghiamoci: il titolo è molto impegnativo sia sotto il profilo teologico, sia sotto quello etno-teologico. L’intento del libro di Francesco – un collage di citazioni da omelie, discorsi, interventi di vario genere – non è certo quello di affrontare la questione del “ridere da parte di Dio” sotto il profilo dottrinario, ma di sollecitare uditori e lettori ad aprirsi all’umorismo dettato dalla condivisione della “fede”.

Se si crede in Dio (secondo il Vangelo) e nella sua bontà, perché mai incupirsi di fronte ai fatti della vita?

L’aiuto che Dio ci offre è fonte di sicurezza, e dunque di gioia e letizia: è Dio la base del nostro benessere spirituale, che si traduce in disponibilità all’umorismo; per questo si può sostenere che “Dio ride”.

FEDE E UMORISMO

Eppure, la faccenda è un po’ più complicata di quanto non appaia dalle parole di Francesco. Peter Berger, il grande sociologo di Homo ridens (Il Mulino 1999), ha ammesso che è inevitabile porsi interrogativi di natura teologica in un libro dedicato all’umorismo e l’intera parte terza reca appunto il titolo “Per una teologia del comico”. Nella breve ricostruzione proposta da Berger, risulta che diversi teologi – soprattutto di stampo protestante – hanno messo in luce il nesso tra fede e umorismo, da Søren Kierkegaard a Karl Barth, a Dietrich Bonhöffer, a Helmut Thielicke, a Reinhold Niebuhr.

Lasciamo a quest’ultimo riassumere, forse nella maniera più lucida, il nesso di cui dicevamo: “L’intimo rapporto tra umorismo e fede deriva dal fatto che l’uno e l’altra hanno a che fare con l’incongruo presente nelle nostre esistenze. L’umorismo riguarda le incongruità immediate della vita, la fede quelle essenziali. Sia l’uno che l’altra sono espressioni della libertà dello spirito umano, della sua capacità di restare al di fuori dell’esistenza, e di sé stesso, a contemplare la scena” (cit. in Berger, Homo ridens, p. 287). Ma di fronte alle incongruità della vita è Dio che ride o non sono piuttosto gli esseri umani (in aggiunta o in alternativa alla fede).

DIO RIDE DEGLI UOMINI

Sostenere che “Dio ride” fa contrasto con l’evidente “mancanza di senso dell’umorismo”, quale si riscontra nei testi sacri e nella dottrina del cristianesimo, e se si considera il Primo Testamento si constata che Dio ride soltanto per “deridere le vane ambizioni degli uomini” (Berger, Homo ridens, p. 287). Si tratta – potremmo dire – di un riso cattivo, tutt’altro che benevolente, come è attestato in Sal 2,4: “Colui che siede nei cieli se ne ride, il Signore si fa beffe di loro” o in Sal 59,9: “Ma tu, o Signore, ridi di loro, ti fai beffe di tutti e quanti i popoli”.

A questo Dio biblico che ride degli uomini potremmo accostare un notevole esempio africano, proveniente dai Bwa, una popolazione di coltivatori a cavallo tra il Mali e il Burkina Faso. Secondo la ricostruzione di Jean Capron, appena dopo essersi auto-generato, Dio “si annoia: la solitudine gli pesa: ha bisogno di compagnia” (“Dieu et Dieux des Bwa”, in F. Kaplan e J.L. Vieillard-Baron, a cura di, Introduction à la philosophie de la religion, Cerf, p. 153). Fa un po’ ridere questa divinità che, per avere qualcuno in grado di divertirlo, mette al mondo esseri costituiti da un solo lato destro o da un solo lato sinistro, i quali si azzuffano tra loro per il mangiare. Ma è soprattutto la divinità che a questo spettacolo ride... è “un deus ludens dagli scoppi di risa omerici”. Non possiamo seguire tutte le fasi della creazione, ma è importante sottolineare come per i Bwa “tutta la creazione [...] non è che un gioco, il cui decorso caotico ha come scopo primario il ridere da parte di Dio” (p. 164).

A ben vedere, ponendo accanto il Dio biblico e quello dei Bwa, abbiamo raggiunto un primo risultato, ossia assumere l’umorismo teologico come spazio semantico generale e individuare al suo interno alcune categorie più specifiche. La categoria emersa ora è quella del “Dio che ride”, ovvero un’immagine di una o più divinità che ridono. Ma ridono di chi? Nei due casi esaminati, abbiamo un’unica divinità che ride degli uomini. L’umorismo teologico comprende però altre possibilità. Se vogliamo partire ancora una volta dalla Bibbia, non si può non ricordare un contesto fondamentale, quello nel quale prima Abramo e poi Sara “ridono” al cospetto di Dio, allorché la divinità annuncia loro che, più che novantenni, essi metteranno al mondo un figlio, Isacco (in ebraico “ha riso”).

A questo contesto si riferiscono i tre monoteismi medio-orientali: ebraismo, cristianesimo, islam. Ma esso è fondamentale anche per un’altra ragione: assistiamo infatti non soltanto al senso di umorismo che invade due esseri umani all’annuncio “spropositato” e “ridicolo” della loro divinità, ma anche alla repressione del loro ridere.

Il Dio dei tre monoteismi non consente che si rida di lui.

RIDERE DEGLI DEI

In numerose culture ci imbattiamo in questa seconda categoria dell’umorismo teologico: cioè gli esseri umani che ridono della divinità e lo fanno svolgendo racconti in cui la divinità si comporta in modo tale da far ridere. Tra i molti esempi, scegliamo il racconto dei Krachi del Togo, pubblicato nel volume Fiabe africane (P. Radin, a cura di, Einaudi 1994). Un tempo gli uomini e la divinità vivevano insieme, molto vicini tra loro: addirittura Wulbari (la divinità) “stava sdraiato sulla Madre Terra” (p. 11).

Fa ridere pensare che, in questo così poco spazio, la divinità venisse infastidita dal fumo dei fuochi di cucina, dalle donne che, pestando la manioca nel mortaio, la colpivano con il pestello, da coloro che usando il corpo della divinità come un asciugamano vi si asciugavano le mani, o peggio ancora dalla vecchia che, per insaporire la zuppa, aveva preso l’abitudine di tagliare pezzetti di carne dal corpo della divinità.

Fa ridere una divinità che, tutta imbronciata, decide di allontanarsi dall’umanità, salire in cielo in un posto irraggiungibile, e quindi abbandonare l’umanità alle sue difficoltà, ai suoi disagi e problemi (fame, malattia, guerra, morte). In tutti questi racconti, l’umorismo teologico è soltanto una faccia della medaglia: l’altra faccia è il risvolto tragico della condizione umana.

Ridere degli dèi non è un comportamento stupido: denota invece una profonda consapevolezza.

RIDERE CON GLI DEI

L’umorismo teologico prevede infine una terza categoria, quella del ridere con gli dèi. C’è chi ha intravisto nei monaci erranti della tradizione bizantina, i cosiddetti “folli di Dio”, personaggi che “osano ridere con Dio”, anche se talvolta ridono di Dio (B. Sarrazin, “Rire et sacré, de Dionysos à Nietzsche, du Christianisme à l’Islam”, in D. Bertrand e V. Gély-Ghedira, a cura di, Rire des Dieux, Presses Universitaires Blaise Pascal, p. 414). Ma sono soprattutto i maestri mistici del sufismo (XI-XV secolo), che opponendosi ai capi religiosi dell’islam, elaborano l’idea di “poter raggiungere Dio grazie a un riso autenticamente condiviso con lui” (p. 416).

Il poeta afghano Said Bahodine Majrouh ha voluto rinverdire questa tradizione raccogliendone racconti e aforismi tradotti in francese in un libro, Rire avec Dieu (1995). Majrouh è stato però ucciso a Peshawar nel 1988, molto probabilmente da integralisti che mal sopportavano questa meravigliosa, e rischiosa, idea di condividere con la divinità ciò che, secondo Rabelais, è il tratto più umano, ossia la disponibilità e la voglia di ridere, di sé e degli altri.

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