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I MARTIRI D’ALGERIA / UN GRIDO DI FRATERNITÀ DIALOGO E PERDONO

I MARTIRI D’ALGERIA / UN GRIDO DI FRATERNITÀ DIALOGO E PERDONO

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L’8 dicembre 2019 saranno proclamati beati i diciannove martiri cristiani uccisi in Algeria fra il 1994 e il 1996. Il luogo dell’evento, Orano, richiama immediatamente la figura di mons. Pierre Claverie, ucciso nella notte dell’1 agosto 1996 da una bomba fatta esplodere davanti l’episcopio. Il suo sangue si è mescolato con quello di un giovane musulmano, Mohamed Bouchikhi, suo autista. Vivere la beatificazione in terra algerina – d’accordo con i vescovi del paese nordafricano – è un segno pieno di significato: fare memoria della volontà dei diciannove martiri di restare nel paese, accanto alla “loro” gente – che amavano e che li amava – a costo della loro vita. I primi a essere uccisi furono Henri Vergès, fratello marista, e Paul-Hélène de Saint Raymond, piccola suora dell’Assunzione, l’8 maggio 1994 nella biblioteca della casbah di Algeri. Nello stesso anno, il 23 ottobre, furono colpite a morte Esther Paniagua Alonso e Caridad Álvarez Martín, agostiniane missionarie, punto di riferimento per il quartiere di Bab el-Oued; quindi, il 27 dicembre a Tizi Ouzou, nel cuore della Cabilia, furono assassinati quattro padri bianchi: Jean Chevillard, Charles Deckers, Alain Dieulangard e Christian Chessel. Nel 1995 ad Algeri, la furia estremista uccise per strada, al ritorno dalla messa, Bibiane Leclercq e Angèle-Marie Littlejohn, missionarie di Nostra Signora degli Apostoli; mentre, il 10 novembre, Odette Prévost, piccola sorella del Sacro Cuore. La storia tragicamente più nota è, però, quella dei sette monaci di Tibhirine: Christian de Chergé, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard, Christophe Lebreton, Luc Dochier, Michel Fleury e Paul Favre-Miville. Rapiti nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, le loro teste vennero fatte ritrovare a fine maggio nei pressi di Medea, poco distante dal monastero. Una vicenda raccontata anche nel film “Uomini di Dio”, premiato a Cannes nel 2010. Di fronte all’abisso sacrificale in cui stava piombando l’Algeria, dalla vita e dalla morte di questi diciannove martiri sale il canto più “antisacrificale” della storia, come continuazione del grido d’amore del Crocifisso, un invito purtroppo inascoltato a non sacralizzare nessun sistema, a non divinizzare alcuna struttura, nemmeno religiosa. Un grido di fraternità, dialogo e perdono, che squarcia le tenebre dell’odio che avvolgono il nostro mondo, anche occidentale, che criminalizza i poveri, in primis emigranti, peggio se musulmani. Rendere omaggio ai diciannove martiri d’Algeria – commenta p. Thomas Georgeon, monaco trappista e postulatore della causa di beatificazione – “significa rendere omaggio alla memoria di tutti coloro – quasi 200mila – che hanno dato la loro vita in Algeria negli anni Novanta”, per lo più comuni cittadini, ma anche giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali e imam, che, per una politica di riconciliazione improntata al silenzio più che alla guarigione della memoria, rischiano di restare nell’oblio. Sicché la beatificazione apre uno squarcio di luce anche sulle tante sofferenze vissute dal popolo algerino. Ma la vita e la morte di questi diciannove martiri sono anche l’icona di una Chiesa, quella algerina, fatta appunto di ospitalità fraterna, di dialogo che genera amicizie e di perdono che guarisce ferite antiche e nuove. Un’icona che offre spunti importanti anche alle nostre Chiese in Europa, alle prese con la condizione di minoranza e la sfida del pluralismo religioso e culturale. “Si tratta – affermava già nel 1997 l’allora vescovo di Algeri, mons. Henri Teissier, in un convegno di Missione Oggi a Brescia – di costruire una nuova società in cui scoprirci vicini, anzi membri di una stessa famiglia, malgrado i pregiudizi della storia, le barriere dei dogmi e la violenza fanatica”.

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