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Francesco ritorna in Egitto

Francesco ritorna in Egitto

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Il 28-29 aprile papa Francesco andrà in Egitto. Un viaggio carico di significati ecumenici e interreligiosi, ma anche socio-politici. Il motto della visita, infatti, recita: “Il papa della pace nell’Egitto della pace”. Nonostante i molteplici raccordi della civiltà araba con la tradizione cristiana, ebraica ed ellenistica (bizantina), il rapporto con il mondo musulmano si è spesso risolto in termini di potenza militare, come espressione di civiltà che si aggredivano o si difendevano come mondi opposti, culturalmente e religiosamente speculari, asimmetrici. Da qui l’importanza del viaggio di Francesco per incoraggiare il comune impegno delle autorità e dei fedeli delle due grandi religioni per la pace nel mondo, per il rispetto e la protezione delle minoranze, anche cristiane, in un’area tra le più infuocate del globo. Non a caso nel logo del viaggio il papa è raffigurato, sullo sfondo del fiume Nilo e delle piramidi sormontate dalla Mezzaluna musulmana e dalla Croce cristiana, accanto ad una colomba simbolo di pace, mentre sorride e benedice.

La richiesta della presenza di Francesco in Egitto è partita dal presidente Al Sisi, che ha bisogno senz’altro di un “papa della pace” per ridare credibilità ad un paese che attua una durissima repressione degli oppositori. Ma la richiesta è venuta anche dalle Chiese cristiane senza protezione, dal patriarca dei copti-ortodossi, Tawadros II, e dai vescovi della comunità cattolica, oltre che dal grande imam di Al-Azhar, Al-Tayyib, dopo anni di crisi nel dialogo fra il Vaticano e l’Ateneo sunnita.

Proprio ad Al-Azhar si è preparato il terreno al viaggio, con la presenza il 22-23 febbraio del card. Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, che ha partecipato al simposio “Libertà e cittadinanza: diversità e integrazione”, conclusosi con l’adozione di una dichiarazione comune, “Al-Azhar’s Declaration for the Muslim-Christian Coexistence”, dove le due religioni affermano che vogliono essere parte della soluzione e non del problema dell’estremismo e del radicalismo, come invece fanno i terroristi, che vogliono dimostrare che non è possibile vivere insieme tra cristiani e musulmani.

Le stesse motivazioni di pace mossero nell’estate di 798 anni fa, nel 1219, un altro Francesco, il poverello di Assisi, ad andare in Egitto, con un gruppo di dodici compagni, passando nel Campo dei crociati, attendati nei pressi di Damietta. Vi si recò, con il proposito di presentarsi al sultano Malik al-Kamil, re saggio, vicino alla filosofia Sufi.

Il sultano ricevette Francesco, ospitandolo con magnanimità per alcuni giorni. Anzi lo invitò ad incontrare teologi e saggi musulmani per un dibattito sulle due religioni.

Sappiamo da uno studio di Luis Massignon (1883-1962) che uno di questi saggi era Fakhr al-Din al-Färisi, grande mistico musulmano. Francesco aveva compreso che il Vangelo sine glossa non era compatibile con l’uso della forza. Per questo il suo pellegrinaggio disarmato fu una predica senza parole per i crociati e segnò un ritorno della missione alla forma apostolica – annuncio e martirio –, suscitando schiere di imitatori, tra i quali spicca all’inizio del Novecento Charles de Foucauld, che tentò, forse nella maniera più pura in assoluto, di avvicinare i due mondi, senza alcuna preoccupazione proselitistica e assimilazionista. Un tentativo apparentemente fallito, ma che oggi, in tempo di fondamentalismo globalizzato, il viaggio di papa Francesco ci ripropone come sola autentica via all’incontro tra le religioni, per evitare un ennesimo dialogo in maschera, forse politicamente corretto ma decisamente insignificante.

Con papa Francesco è il poverello d’Assisi che ritorna in Egitto.

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