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DIO È ANCHE GIARDINIERE / ABITARE IL MONDO DA CUSTODI

DIO È ANCHE GIARDINIERE / ABITARE IL MONDO DA CUSTODI

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Da sempre conosciuto come il Creatore, Dio può essere anche “giardiniere”. Così almeno secondo il teologo francese Christophe Boureux – responsabile del parco forestale di 70 ettari del convento de la Tourette, nei pressi di Lione, ideato da Le Corbusier. Il suo libro – Dio è anche giardiniere (Queriniana 2016) –, infatti, è un invito ad abitare il mondo da giardinieri, custodi, della creazione, non da padroni. Per questo, ci invita ad adottare un punto di vista “universale”, meglio uno “sguardo” (dal francese envisager, verbo legato al volto e allo sguardo) capace di superare l’antropocentrismo e l’opposizione tra gli umani e gli altri esseri viventi. L’uomo non è la misura della creazione.

Riflettere sulla creazione, secondo il teologo d’oltralpe, significa imparare a scoprire il vero volto del Creatore, le cui tracce sono presenti nel giardino della creazione e impegnano le creature a salvaguardarne la bellezza. Per abitare il mondo in maniera responsabile è perciò necessario, secondo Boureux, pensarlo come un giardino, come un paesaggio, come un intreccio di natura e di cultura. In ebraico la parola “giardino” (gan) deriva dal verbo ganan, che significa proteggere. Un giardino recintato, non nel senso che oltre i suoi confini vi sia il nulla, ma per indicare lo spazio entro il quale l’essere umano è chiamato ad esercitare la sua cura, al fine di trasmettere ai propri discendenti un giardino non ferito e sfigurato, ma simbolo della vita ricevuta e donata. L’essere umano eredita il giardino e quindi è chiamato a trasmetterlo, coltivandolo nei limiti della propria vita.

Il principale obiettivo del comando “soggiogate e dominate [la terra]” (Gen 1,28) non è perciò il dominio, il possesso, ma la conservazione della vita. Si può pensare che Dio abbia posto l’uomo nel giardino proprio perché se ne occupi. Dove occuparsene significa anche il lavoro, da non concepire in contraddizione con la perfetta gioia del paradiso o come una maledizione seguita alla cacciata dal medesimo. La colpa di Adamo ed Eva è non occuparsi del giardino. Si sono lasciati ingannare dal serpente, che mostrò loro un frutto pronto da mangiare, tacendo sul fatto che per ottenerlo bisognava piantare, innaffiare e concimare il terreno, potare ecc. La colpa di Adamo ed Eva non fu tanto l’ossessione di conoscere il bene e il male, come realtà in sé, quanto l’incuria nei confronti delle creature del giardino. Il loro destino non era quello di restare nel giardino senza lavorare, ma di vegliare su di esso, con responsabilità, quali sentinelle della creazione.

Per ritornare ad essere custodi del giardino, gli umani dovranno riprendere il posto che hanno ceduto alle macchine, agli algoritmi. Inoltre, dovranno essere consapevoli che le proprie azioni nel giardino avranno una conseguenza sulle generazioni future. Il vero custode coltiva un’etica della responsabilità che promuova sia il “diritto alla vita” di ogni essere vivente, sia la conservazione della vita per il bene del mondo presente e delle future generazioni. La colpa degli umani, nel seguire l’invito del tentatore, fu di mangiare del frutto della vita senza preoccuparsi di saperlo produrre e di conoscere l’arte della coltivazione. Diventare giardinieri avrebbe voluto dire chinarsi responsabilmente sulla terra generatrice del frutto della vita.

Nell’antichità il simbolo dell’ouroboros rappresentava il serpente che si morde la coda, formando così un cerchio, in cui il serpente diventa il simbolo dell’autosufficienza, della completezza senza l’alterità. La colpa dell’uomo e della donna è l’aver ceduto all’autosufficienza (ouroboros), al desiderio, mangiando con avidità il frutto senza aver lavorato e senza preoccuparsi dell’armonia del giardino che era stato loro affidato. Il giardino è il simbolo biblico dell’incontro dell’uomo con Dio. Continuerà ad esserlo, a condizione che Dio trovi l’essere umano in piedi, al lavoro. Ciò presuppone la consapevolezza che “è ormai tempo di svegliarsi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina” (Rm 13,11).

Una riflessione senz’altro stimolante, quella di Boureax, che si spinge oltre l’abituale concetto di “natura”, declinando il tema della creazione come interdipendenza fra tutte le entità, destinate a dare il meglio di se stesse. Siamo d’accordo con l’editore quando afferma che “questo libro, colto e raffinato, è un complemento ideale al percorso suggerito dall’enciclica papale Laudato si’ sulla cura della casa comune”.

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