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Una bambina missionaria

Una bambina missionaria
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p.4 Kivu 2014 11 Murhesa 9 Monastero Trappiste Turco e sr.FideliePubblichiamo una testimonianza del 1962 (“Sembra una leggenda”, Fede e civiltà n.04 - 1963 p. 50) di p. Secondo Tomaselli. In quel periodo era parroco a Kiringye (diocesi di Uvira). Racconta come il vangelo sia arrivato a Kahusi, negli altipiani di Uvira, grazie a una bambina.

C’è un angolo della diocesi d’Uvira, dove le strade si rifiutano d’arrivare, tra vette che toccano i 3.000 metri, gole, pantani, torrenti scroscianti e pendii. Lassù si vedono solo le capre e alcune capanne qua e là. Il vangelo, verso il 1950, non era ancora arrivato tra quei monti. La missione più vicina era Uvira, ad almeno due giornate di marcia. Sopra Lemera, 25 chilometri più su, c’è Mulenge, a quota 2090. Lì la strada muore. Poi, le scorciatoie da capre s’arrampicano per ore, toccando Bibangwa, Kitembe, Kahusi, e poi, ancora villaggi di paglia e capanne che sembrano pensate da eremiti d’altri tempi. Qui, il vangelo fu portato da una bambina.

Sopra Mulenge, viveva una famiglia cristiana. Cristiana sì e no. Da tanti anni era emigrata lassù e non aveva più avuto contatti con i missionari. Con il tempo, la fede s’era offuscata nella nebbia delle superstizioni pagane. Un giorno, passò di là un parente. Voleva salutare. Fu colpito dalla presenza d’una ragazzina di circa 10 anni, graziosa e svelta. Prima di partire, fece una proposta al padre: “Che diresti se la tua figliola diventasse la sposa di mio figlio, quando sarà tempo? Il mio ragazzo ha 12 anni e promette bene”. Si discusse e si concluse per il sì. E giacché si presentava l’occasione propizia, e rara per di più, la ragazza seguì il lontano parente. Avrebbe imparato così, a conoscere presto il futuro sposo e ad accordarsi col suo carattere.

p.4 De Freitas Reinaldo Viotti Nella nuova famiglia, Regina, si chiamava così, si trovò presto a suo agio. E conservò le abitudini passate. La sera, prima di mettersi a dormire, la vedevano inginocchiarsi e bisbigliare delle parole strane. Il lontano parente, incuriosito, volle sapere, e Regina ripeté ad alta voce la preghiera ch’era solita dire: “Baba yetu uliye mbinguni… Padre nostro che sei nei cieli…”. Quell’ uomo sentì aprirsi qualcosa davanti a lui, come un sipario su una scena meravigliosa. Era una scoperta per lui, fece ripetere quelle parole, chiese spiegazioni. Ben presto le imparò. Ma non poteva tenere solo per sé la gioia di quella scoperta. Ne parlò agli amici. Alla sera, attorno al fuoco, ripeté a tutti le parole del Padre Nostro, e tutti le vollero imparare.
p.4 PANSA 01Ma bisognava sapere di più. Chi aveva insegnato quella preghiera? L’uomo scese dal fratello che gli parlò dei missionari in riva al lago, ad Uvira. Andò e cercò i missionari. “Anche noi vogliamo conoscere il Dio che è nei cieli”. Il superiore della missione non aveva né missionari, né catechisti da mandare. Consegnò un libretto. Bisognava trovare qualcuno che lo leggesse e avrebbero imparato a conoscere il Padre che è nei cieli. Ma lassù chi sapeva leggere? Si trovò con fatica uno, pagano come tutti, che aveva frequentato le scuole dei protestanti di Lemera e che accettò di leggere il libretto. Così, per molte sere, attorno al fuoco, gli anziani di Kahusi e altri curiosi sentirono e ripeterono le risposte del catechismo, finché le impararono tutte. Ora potevano divenire cristiani?

Il superiore di Uvira consegnò un altro libretto. E più tardi volle sapere con un esamino che cosa avessero imparato i montanari di Kahusi. Restò sbalordito. Sapevano tutto. Bisognava solo spiegare quello che avevano imparato in un modo un po’ “meccanico” e perfezionarne l’istruzione. Si organizzò allora un corso accelerato di perfezionamento e fu così che un giorno arrivò a Kahusi il primo gruppo di cristiani. Sembra una leggenda inventata, invece è una storia vera d’una dozzina d’anni fa. I suoi protagonisti, tutti vivi, l’hanno raccontata una sera attorno al fuoco, al missionario che faceva loro visita.

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