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Tante comunità diverse

Tante comunità diverse
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In questa lunga intervista, mons. Adolfo Zon ci parla delle sfide della chiesa dell’Amazzonia.

Due anni come vescovo, quali sono i cambiamenti che hai sperimentato nella tua vita di missionario?

Il cambiamento maggiore, da parte mia, è stato una maggiore capacità contemplativa. Vengo dallo stato brasiliano del Parà, dove ho vissuto ben 21 anni, ed essere venuto in questo luogo così diverso mi ha portato ad avere un atteggiamento più contemplativo e riflessivo. Infatti, la tentazione è quella di ripetere tutto quello che si è fatto nel cammino pastorale compiuto finora.

Però, se ha funzionato bene…

Invece, occorre fare attenzione, poiché si tratta di popoli differenti da quelli dove ero prima, con un loro ritmo e stile di vita. Tutto ciò va tenuto presente, nel momento di programmare e realizzare una pastorale. Non è facile, ci vuole molta pazienza. Oltre a questo è necessario conoscere bene la realtà locale e, naturalmente, tener presente le indicazioni della chiesa brasiliana. Le cose qui non sono facili, anche per un altro motivo: viviamo in una realtà di frontiera.

E questo come influisce in ciò che fate?

Il fatto di avere tre frontiere ci obbliga a non limitarci a una sola proposta. Svolgiamo un lavoro differenziato all’interno del mondo indigeno. Ci sono gli indios tikuna, che, in diocesi, sono la maggioranza (circa 47mila). Ma, oltre a loro, ci sono anche gli indios del fiume Javarí, ben sei popoli. Per questi ultimi non c’è ancora un’azione specifica, tranne ciò che svolge il Cimi (Consiglio indigenista missionario) che cerca di accompagnarli ed organizzarli.

Avete già cominciato ad evangelizzare i popoli indigeni?

Ci stiamo pensando. Non è facile, poiché lo si deve fare bene, cioè incarnando il vangelo nella loro vita e cultura. Desideriamo partire da una parrocchia, Atalaya, rivolgendoci agli indios della città. E qui devo spiegare, la distinzione tra “interno” e “città”. In Brasile, infatti, le persone vivono in queste due diverse realtà.

Quali differenze ci sono?

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Per città si intendono i centri urbani abitati, dove abitano anche diverse migliaia di persone. Invece, l’interno è formato da sconfinate campagne praticamente disabitate: piccoli villaggi, poche case isolate, grandi pascoli, possedimenti terrieri enormi dedicate al solo pascolo (fazende), foresta e fiumi. Si percorrono centinaia e centinaia di chilometri senza incontrare anima viva. Le strade sono impraticabili e nessuno ha un’auto, devono dipendere dai rari e precari mezzi pubblici.

Ecco perché, prima o poi, tutti vanno a vivere nelle città, dove c’è la scuola, l’ospedale, più opportunità di lavoro, di spostarsi, di poter vendere i prodotti coltivati nei campi...

E gli indios dove vivono?

Finora, hanno sempre vissuto nell’interno, nei loro villaggi, lontani dai centri abitati. La loro cultura è rurale. Ora, invece, molti cominciano a vivere nelle città e c’è il rischio che, fuori dal loro ambiente, perdano la propria identità. Noi ci chiediamo come accoglierli e guidarli nelle città, per loro difficili e “ostili”.

Com’è la convivenza tra brasiliani e indios?

Non è facile e il rischio è che siano discriminati e disprezzati. Ci chiediamo: come far sì che abbiano le stesse opportunità, per esempio, nella scuola? Molti indios che ancora vivono nell’interno devono fare lunghi viaggi ogni giorno, per frequentare la scuola della città. 

Gli indios dell’interno vivono peggio di quelli in città?

Sì. E noi cerchiamo, come chiesa, di aiutarli, in modo che non siano doppiamente “svantaggiati”. Mi viene in mente il caso di una ragazza india marubo, che anni fa fu accolta dalle suore di Benjamín Constant ed ebbe l’opportunità di studiare ed accedere all’università.

Un’india dottoressa!?

In antropologia, all’università di Rio de Janeiro! Questo dimostra che anche gli indios, senza rinunciare ad essere tali, possono arrivare a un’istruzione elevata. Si dovrebbe sempre di più creare opportunità affinché coloro che la società mette in disparte, si sentano protagonisti.

Questo non spetta anche all’educazione?

Certo, nel vero senso della parola, affinché ogni persona raggiunga la piena realizzazione, indio o bianco poco importa. Dio ha messo in noi ciò che è necessario affinché si giunga al proprio obiettivo. L’educazione fa sì che la ricchezza che è “dentro” possa emergere e manifestarsi pienamente.

Quali sono le maggiori sfide pastorali?

In primo luogo l’inculturazione del vangelo con i popoli indigeni (11 diversi gruppi). Con gli indios tikuna abbiamo già cominciato qualcosa. Una seconda sfida è costituita dalle città. Molti indios arrivati in città sono quasi ignorati dalle nostre comunità cristiane. Vorremmo invece poterli accogliere e aprire loro le porte.

L’importanza di accogliere…

Nella cultura brasiliana questo “calore umano” è fondamentale, anche in vista dell’evangelizzazione. Ma bisogna preparare e formare i nostri laici affinché la chiesa, tramite loro, si faccia prossima ai gruppi indigeni. E i pochissimi presbiteri non riescono, è compito dei laici.

Qual è il ruolo delle comunità periferiche delle città?

Possono collaborare molto bene nell’evangelizzazione. Il documento n. 100 della CNBB (Conferenza Nazionale dei vescovi del Brasile) parla della parrocchia come comunità formata, al suo interno, da piccole comunità. Stiamo studiando questo documento, per realizzare un’evangelizzazione di qualità, che permetta, appunto, di raggiungere le periferie.

E le comunità ecclesiali di base (Cebs)?

Sono il volto, stile e modo di essere della chiesa brasiliana.

In che modo aiutano la chiesa dell’Amazzonia?

Le Cebs della città sono sparse nella periferia, nei vari quartieri. Sono nella “periferia” anche nel senso religioso, culturale, sociale. Infatti, accompagnano tutte quelle situazioni, problemi e sfide della vita della città. Il mondo del lavoro, della famiglia, dei giovani, è in rapida trasformazione. Sono ambiti vitali nei quali le Cebs devono rendersi sempre più presenti.

È importante il “farsi prossimo”?

Il decreto Ad Gentes ci dice che la missione ha inizio là dove ci si rende presenti. È a partire dal fatto di stare fisicamente vicini alla gente, come fratelli, che sarà possibile annunciare il vangelo, rendendolo credibile. Desideriamo fare tutto il possibile per entrare in queste periferie esistenziali e culturali. Senza contatto umano non c’è evangelizzazione autentica.

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