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Indossiamo stola e grembiule

Indossiamo stola e grembiule
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Carissimi amici di “Missionari Saverani”, spero stiate bene, insieme alle vostre famiglie. Come ci dice papa Francesco in Evangelii Gaudium 1: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che stanno con Gesù... In Gesù sempre nasce e rinasce la gioia”.

In tempi grigi per le nuove generazioni, per i giovani, le famiglie e la società, la gioia dell’amore e del servizio è il grande dono che voi potete trasmettere con la vostra passione e impegno per la missione. Don Tonino Bello invitava presbiteri, religiosi e religiose, a mettere la stola e il grembiule. Non sono solo simboli, ma un progetto di vita che ci sfida e impegna. In Messico, dopo dieci anni nella formazione dei giovani teologi, ora sono responsabile dei saveriani malati nella casa regionale a Zapopan. Il periodo trascorso in teologia mi ha insegnato molto. Gli studenti provenivamo da tre continenti diversi, Africa, America ed Europa. Cercavamo quindi di vivere la missione prima di tutto tra noi. Infatti, l’interculturalità è una sfida così forte e bella che ci spinge all’umiltà e alla conversione del cuore. Immaginatevi un bergamasco come me, con il nostro dirci le cose “in faccia”, chiamato a esprimersi in modo da non offendere un confratello di un’altra cultura. A volte mi è riuscito, altre no. Ciò che importa è il rispetto e chiedere perdono, per poter far meglio la prossima volta.

Dopo circa 17 anni in giro per il mondo, sento dire che tutto è missione, che tutti siamo missionari, che c’è tanto bisogno anche da noi, che non mancano le “povertà” anche in Italia e in Europa. Tutto vero, ma sarebbe una tristezza e uno scandalo non ricordare che Gesù una volta disse: “Andate in tutto il mondo a predicare il Vangelo...”. Non è la stessa cosa fare missione ad Alzano e farla in Messico, Brasile, Cina, Congo, Bangladesh… Dio chiama, la comunità cristiana invia, il missionario parte e lascia tanto, per trovare “Tutto”. La chiesa dovrebbe dare ancora più attenzione a chi non conosce il vangelo, ma, spesso, prima preferisce conservare il suo e poi dare alla missione. Eppure, i missionari inviati in missione diventano una ricchezza di fede e d’amore incalcolabile per tutta la comunità ecclesiale.  

Chi non può partire è comunque chiamato a essere missionario lì dov’è. Accogliere bene i migranti e cercare di voler loro bene è già un gran passo che fa crescere tutti, perché ci obbliga a guardare le persone con occhi pieni di umanità e fede. Così, anche loro faranno uno sforzo in più per corrispondere al nostro bene! E poi è giusto informarsi bene. Sappiamo qualcosa di ciò che sta succedendo in Siria, Iraq, Nigeria? Non confondiamo una missione parrocchiale ad Alzano Maggiore con una, per esempio, fra i musulmani… Non è assolutamente la stessa cosa! Ciononostante, i due modi di fare missione si danno la mano: voi lì e noi qui cerchiamo di annunciare l'allegria del vangelo. Ciò ci dà forza, per dare il meglio di noi, sempre. 

In Messico la situazione sociale e politica non è facile. Spesso ne fanno le spese i presbiteri, che lottano accanto ai più poveri. I vescovi hanno chiesto più volte di continuare a pregare per la pace. La corruzione, il narcotraffico, il traffico di persone, l'abuso verso coloro che emigrano negli Stati Uniti, la mancanza di rispetto per le minoranze indigene, l'educazione che vede i professori in continuo conflitto con il Governo, provocano problemi economici di sopravvivenza alle famiglie. In Messico il 50% (circa 60 milioni di persone) vive in povertà. Di contro, il Messico è un Paese bellissimo con molte opportunità, ma per pochi, purtroppo. 
A volte penso che da troppo tempo scrivo queste cose e ci sto male. Prima in Brasile, adesso in Messico sembra che niente cambi. Ma Francesco ci dice di non farci rubare la speranza. Manteniamola viva insieme e che il Signore sia davvero la nostra speranza. Vi abbraccio con affetto e tanta riconoscenza.

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