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Il Grande nel piccolo

Il Grande nel piccolo
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LA PAROLA

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: ‘Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo; oggi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia’. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama’. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano tra loro: ‘Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere’. Andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia (Lc 2,8-16).

Il centro del tempo è in questa fenditura nella roccia, riparo per gli animali nelle fredde notti di Giudea. È in una donna sola, lontana da casa, con l’unica compagnia di uno sposo che l’ha accolta in una gravidanza inaspettata. È in un bimbo che piange e canta alla vita il suo grido di vittoria.

Eppure, quest’avvenimento nascosto nel ventre della terra, ha un’eco che si propaga per tutta la regione. Si incaricano di annunciarlo dei pastori che dormivano sulla terra nuda, mentre a turni vigilavano il gregge. Gente un po’ rude, abituata a scrutare l’aurora, in attesa del sole che mettesse fine alla loro vigilanza. Gente dall’udito fine, capace di distinguere i rumori che abitano l’oscurità. Gente rifiutata a causa del suo odore penetrante e spesso trattata come ladra. Ma anche gente che rappresentava una figura molto amata nel mondo biblico, e che ricordava le storie di Mosè, di Davide e dello stesso Dio di Israele, raffigurato come un pastore che aveva cura delle sue pecore, soprattutto delle più deboli.

Anche i pastori, come Zaccaria e Maria, sono destinatari di un’annunciazione. Si presenta il messaggero dell’Altissimo, che li avvolge della presenza di Dio. La reazione di timore conferma che siamo di fronte a una manifestazione divina. Stupisce, però, che la luce non avvolga la grotta di Betlemme, ma questi umili pastori che ricevono l’annuncio di un avvenimento finora sconosciuto: la nascita di un bimbo nella città di Davide, che è il Salvatore e il Messia.

L’angelo non racconta solo un fatto, ma anche il suo significato: il Salvatore del mondo non è Cesare Augusto, ma questo piccino indifeso. E il segno offerto per confermare questa buona notizia è lui, Gesù, avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. Dio è lì, nella carne di suo Figlio, una carne che piange, ride, mangia, dorme e muore come noi. Il Grande nel piccolo, l’Infinito nel finito, l’Immortale nel mortale: è questo il miracolo del Natale, il miracolo della salvezza che entra nella storia attraverso lo sguardo di un bimbo che viene alla luce.

È tale la gioia che scoppia anche il cielo. Non basta un angelo, ci vuole tutto l’esercito celestiale per cantare che Dio è tornato a visitare la terra e i primi a saperlo sono stati gli esclusi. Si leva un Gloria cosmico, liturgia solenne in un tempio fatto di notte solcata di luce, di belati d’agnelli, di odore di latte e di lana, di mani ruvide e calde. La gloria nel cielo è la pace sulla terra, per gli uomini che Dio ama così tanto da farsi come loro.

È il terzo cantico con cui Luca intesse la storia dei primi passi di Gesù sulla terra: Magnificat, Benedictus, Gloria! La storia danza al ritmo della bellezza e del bene.

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