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È arrivato il sesto saveriano…

È arrivato il sesto saveriano…
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All’inizio di marzo la nostra comunità è aumentata di numero e di… qualità. Padre Ezio Meloni, veterano d’Africa, si è aggiunto agli altri saveriani di Cagliari. Gli abbiamo rivolto alcune domande per presentarlo a tutti voi e conoscerlo meglio.

Padre Ezio, tu sei sardo!

Sì, il 3 aprile 1936 ho aperto gli occhi nel paese di Sadali. Mi hanno detto che ero un regalo per la mia famiglia, dopo alcuni anni di attesa. La mia infanzia l’ho trascorsa serenamente, come tutti i bambini, ed ero curioso di conoscere il mondo.

Come hai conosciuto i saveriani?

Non ricordo esattamente chi sia venuto a Sadali a parlare a noi ragazzi del catechismo: forse padre Gitti o padre Picci, che venivano da Quartu Sant’Elena. Ma i racconti delle missioni mi hanno impressionato e ho chiesto loro se anch’io un giorno avrei potuto essere missionario. A quell’età non capivo molto, ma volevo anch’io andare in Cina.

Poi che è successo?

Nel 1948 a Tortolì erano arrivati i primi saveriani per continuare l’opera del sacerdote sardo don Mirto, morto tragicamente mentre tentava di salvare un ragazzo che faceva il bagno. I primi saveriani che ho conosciuto sono p. Stocco, p. Berdini, p. Crestani e p. Chiari. Poi, aumentando il numero dei ragazzi-aspiranti missionari, ci trasferimmo a Macomer nelle “Casermette”. Nel 1953, terminate le medie, dovetti emigrare verso il continente. Così ho fatto il ginnasio a Zelarino (VE), il noviziato a San Piero in Vincoli (RA), il liceo classico a Desio (MB), e poi finalmente arrivai in teologia a Parma nel 1960.

Sei stato un ragazzo tenace!

Certo, vedendo tanti compagni lasciare l’istituto, ogni tanto anch’io avevo qualche crisi (soprattutto quando era un amico), ma la preghiera, il desiderio di portare il vangelo dove Gesù non era ancora conosciuto e la guida spirituale dei missionari mi hanno aiutato a superare tutte le difficoltà.

Da quando sei sacerdote?

Il 13 ottobre del 1963 il cardinale Rugambwa della Tanzania mi ha ordinato prete, assieme ad altri 32 giovani missionari.

Sei partito subito per la missione?

No, ma avrei voluto: mi sentivo pieno di energie e di forze. I superiori mi hanno inviato a Brescia, dove era stato aperto un seminario minore alcuni anni prima. Brescia aveva bisogno di animatori missionari che andassero nelle parrocchie e nelle scuole e animassero i ragazzi per prepararsi alla missione.

La tua prima missione?

Il Burundi. Lo studio della lingua kirundi è stato lungo e difficile, ma alla fine ho potuto iniziare l’attività apostolica a Murago. Sulle belle colline burundesi ho fondato la missione e il mio compito principale era seguire i muratori nella costruzione delle opere parrocchiali e visitare le comunità cristiane lontane da Murago, attraverso lunghi “safari”.

Durante la ribellione e la guerra civile del 1979, mi dedicai alla cura dei feriti e ricevetti come ricompensa dal governo l’espulsione dal paese, assieme ad altri 40 missionari di tante congregazioni missionarie presenti in Burundi.

Cosa hai fatto allora?

Chiesi di fare un anno di riflessione e di studio sull’Africa ad Abijan, in Costa d’Avorio, per conoscere meglio la cultura africana, ma i superiori mi richiamarono in Italia, come economo. La passione per l’Africa però non mi lasciava in pace e nel 1983 chiesi di andare in Congo… dove ho girato quasi tutte le missioni affidate ai saveriani. La salute, e soprattutto la vista, hanno iniziato a molestarmi e dopo ben otto operazioni agli occhi, nel 2010 ho dovuto rassegnarmi e rientrare definitivamente in Italia.

Ora, a 78 anni, sei a Cagliari…

La cosa più bella che desidero è che altri giovani, ascoltando la mia esperienza di missione, si entusiasmino e si preparino a partire anche loro, per dove il Signore li vuole.

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