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Diventare un po’ missionari

Diventare un po’ missionari
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Continua la presentazione dei gruppi che sono nostri ospiti. I più continui, numerosi e vivaci sono gli scout. E le loro osservazioni sono interessanti. Come Maria Claudia esprime, “dobbiamo imparare dai missionari perché aiutano offrendo sostegno a chi ne ha bisogno ma non lo esprime…”, oppure “i missionari si mettono a disposizione degli altri in modo da trasmettere un insegnamento utile a coloro che stanno dall’altra parte”. Questi concetti, in forme semplici, formulati da ragazzi, sono davvero illuminanti.

  • p. Stefano Coronese, sx.

Il 7 e 8 gennaio, il reparto Pegaso del Gruppo Scout AGESCI Taranto 17 della parrocchia “Spirito Santo” è stato ospite dei saveriani di Lama per il campo invernale. Sono state organizzate attività che oscillavano tra la serietà dei momenti di catechesi e il divertimento del trascorrere del tempo insieme.

Come stare insieme

Il primo obiettivo era proprio questo: stare insieme. All’interno di un gruppo di adolescenti, infatti, è impossibile evitare che nascano piccoli problemi, come l’essere antipatici o il parlarsi alle spalle.

Quindi, per poterli risolvere, e infondere più coesione all’interno del Reparto, ognuno dei suoi componenti ha scritto una lettera a una persona con la quale c’era stato qualche diverbio o, semplicemente, dell’antipatia, esprimendo i pareri personali e manifestando la volontà di risolvere. Un’altra lettera è stata scritta a un ragazzo o ragazza del Reparto ancora poco conosciuto.

Capire chi ci sta vicino

La riflessione emersa da quest’attività ci ha fatto comprendere che, essendo una squadra che lavora all’unisono, dobbiamo sforzarci di capire chi ci sta vicino, andandogli incontro senza alcun pregiudizio.

Diventare un po’ “missionari” e, perciò, aiutare, offrire un sostegno, soprattutto psicologico, a chi ne ha bisogno, ma non lo esprime. 

Tutto ciò ha lo scopo di creare amicizie, ma soprattutto di imparare a mettersi a disposizione degli altri, in modo da trasmettere un insegnamento utile a coloro che stanno dall’altra parte. È anche l’occasione di apprendere qualcosa di altrettanto significativo, proprio prendendo esempio dai missionari, sempre pronti ad essere d’aiuto.

L’attività si è conclusa con la lettura ad alta voce delle lettere e la creazione di collane di pasta, omonime del tizzone di legno che il capo della tribù degli Zulù ha donato al nostro fondatore, Baden Powell.

Promessa e veglia…

Il fulcro del nostro campo invernale, però, era un altro: la promessa di alcuni “piedi teneri”, e quindi il loro ingresso, a tutti gli effetti, nel gruppo scout per gli esterni, e nel reparto, per coloro che erano passati dal branco.

Precedentemente, rispetto al momento clou, si svolgono le veglie d’armi: un momento vissuto esclusivamente con la propria squadriglia e l’altro al quale partecipa l’intero reparto.

La veglia d’armi ha origini antiche: prende spunto, infatti, da quella che i cavalieri medievali svolgevano prima di ricevere l’investitura. Anche nella nostra sono stati utilizzati paragoni tra gli esploratori e i cavalieri, per spiegare la legge scout.

Sia il momento di squadriglia che quello di reparto sono stati molto intensi, ricchi di emozioni suscitate dall’eccitazione per coloro che si apprestavano a vivere la promessa e dalla nostalgia dei più grandi, che hanno condiviso e trasmesso il loro ricordo.

Essere sempre pronti!

La mattinata dell’8 gennaio è passata in fretta, tra preparativi, pulizie e messa. Subito, è giunto il pomeriggio e anche il tanto atteso momento delle promesse. Tutto il reparto era davvero emozionato, in quanto la cerimonia ha, di per sé, un significato molto profondo e simbolico.

Ci si impegna davanti a Dio con devozione totale, promettendo sul proprio onore di fare del proprio meglio per osservare una legge non facile, a volte scomoda.

Ma è una legge che ci rende persone più belle dentro, ci insegna a sentire sempre la voglia di fare, di gioire, di crescere, di superare le difficoltà col sorriso, ma soprattutto, a essere sempre pronti!

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