*** Il Messaggio del Papa richiama con forza l’urgenza di risposte efficaci e coordinate, capaci di garantire protezione e opportunità concrete di crescita. Al centro non ci sono numeri o statistiche, ma volti e storie: perché, come ricorda il Santo Padre, “anche uno solo” è un valore infinito, che chiede di essere accolto e custodito.
In questa prospettiva, la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si configura come un’occasione preziosa per rinnovare l’impegno verso i migranti tutti, proprio a partire dai più piccoli, promuovendo una cultura dell’accoglienza che sappia tradursi in gesti concreti di cura, responsabilità e speranza.

“Il mondo ha ancora bisogno di missionari” perché “la missione dei discepoli e della Chiesa intera è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore”.
Papa Prevost, che per anni è stato missionario in Perù, per questa speciale ricorrenza consegna alla Chiesa un messaggio ricco di spunti. Al centro del messaggio, il richiamo del fondamento spirituale della missione cristiana: l’unione viva con Cristo.
Essere discepoli non significa aderire a un insieme di pratiche o idee, ma entrare in una relazione vitale con il Signore, partecipando alla comunione trinitaria che genera fraternità tra gli uomini e armonia con il creato. È da questa unione che nasce la comunione tra i credenti e la fecondità della missione evangelizzatrice.
L’unità, però, non è fine a se stessa. Essa è orientata alla missione, perché, come ricorda il Santo Padre citando il Vangelo, “il mondo possa credere. L’annuncio cristiano non è un’impresa individuale, ma un’opera corale che coinvolge tutti i battezzati, ciascuno secondo la propria vocazione. La missione è sinodale per sua natura: nasce dalla collaborazione, valorizza i carismi e trasforma le diversità in ricchezza”.

Papa Leone XIV richiama l’attenzione sulla responsabilità morale di chi è chiamato a esercitare la politica ed esorta l’intera umanità a “disarmare la tecnica” per promuovere la dignità della persona e contribuire alla costruzione della pace.
Il Santo Padre ricorda che “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile” (Magnifica humanitas, n. 198) e richiama l’attenzione sui rischi connessi all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali militari.
Rivolge inoltre un appello alla comunità internazionale affinché promuova accordi condivisi capaci di salvaguardare la responsabilità umana nei contesti in cui sono in gioco la vita e la convivenza tra i popoli, contribuendo così alla costruzione di una civiltà dell’amore.

È questo il versetto che le sorelle e i fratelli della Conferenza episcopale irlandese e del Consiglio delle Chiese d’Irlanda hanno scelto come tema per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2027.
La fede vi è proposta come antidoto alla paura, attraverso un’immagine pastorale: Dio mostrato come guida e non come dominatore, in rapporto a una minoranza fragile ma preziosa, dove il valore non dipende dai numeri o dal potere ma da una personale relazione con il Padre celeste.
Tre movimenti in queste poche parole – un imperativo, un’identità, un fondamento – e sostiamo su ciascuno. Non aver paura Gesù non dice “non cominciate a temere”: dice piuttosto “smettete di temere”. La paura c’è già. Non viene rimproverata, viene riconosciuta – e poi le viene contrapposto qualcosa di più antico di lei. La paura è una delle ferite più profonde dell’uomo: nasce dalla separazione da Dio. Con il “non temere”, Cristo risana questa frattura ristabilendo la comunione, e lo fa non con promesse mondane ma con il dono del Regno.
La vera sicurezza non deriva dalla stabilità esteriore, ma dall’appartenenza al Padre.
